Sono e mi chiamo: Galeazzo Ciano fu Costanzo e di Carolina Pirri, nato a Livorno il 18-3-1903, domiciliato a Roma in via Angelo Secchi n. 9, dottore in legge, funzionario di carriera presso il Ministero degli Esteri, coniugato con 3 figli, istruzione superiore all’elementare (laurea in giurisprudenza), tenente colonnello pilota di completamento, ex combattente, decorato di tre medaglie d’argento al valore militare, una promozione per merito di guerra; razza ariana, religione cattolica, proprietario di beni immobili: negativo nel resto; già ministro Stampa e Propaganda e già ministro degli Esteri e ambasciatore presso la Santa Sede. … Respingo sdegnosamente le accuse che mi smuovono di tradimento del Duce, della causa e della patria. … Intendo ad ogni modo dichiarare che io posso avere compiuto un errore e che anzi i fatti successivi hanno dimostrato essere stato un errore, ma non si parli di tradimento, parola che è in stridente contrasto con tutta la mia attività di soldato, di uomo politico e principalmente di 22 anni di fascismo

 (Dal verbale dell’interrogatorio di Ciano da parte del giudice istruttore)

Era febbraio 1943 quando il sesto Governo Mussolini poneva al dicastero degli Esteri il Duce stesso. Ciano, dopo una brillante carriera diplomatica chiedeva e otteneva la nomina ad Ambasciatore presso il Vaticano, che gli consentiva di restare in contatto con la vita politica della capitale e di avere rapporti con i rappresentanti delle potenze occidentali (“un posto di riposo, che però può lasciare adito a molte possibilità per l’avvenire”, annotava nel Diario). Quello stesso anno, dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, fu informato della volontà della maggioranza dei membri del Gran Consiglio di sfiduciare Mussolini. Il pomeriggio del 23 luglio 1943 aderì all’iniziativa e collaborò con Grandi e Bottai alla stesura definitiva del testo. Pensava allora a una possibile lista di successione che comprendesse i tre, da rimettere, secondo le procedure costituzionali, al Re. Nella seduta del 25 luglio, Ciano intervenne al fianco di Grandi, senza polemizzare con Mussolini, ma svolgendo argomentazioni di politica estera che retrospettivamente ricostruivano le inadempienze dei tedeschi nei confronti delle clausole dell’alleanza, per vincere la riluttanza di molti altri ad impugnarla. Certo le accuse alla politica estera passata dell’Italia non potevano non apparire come autoaccuse, in quanto gravi responsabilità per come erano state gestite le cose l’aveva proprio lui, Ciano. L’ordine del giorno Grandi fu comunque approvato con 19 voti favorevoli, fra cui quello di Ciano stesso.

Colto alla sprovvista dal colpo di stato badogliano, tentò quindi senza successo di ottenere il passaporto per la Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico; spaventato si risolse a chiedere, contraddittoriamente, l’aiuto ai tedeschi per l’espatrio. Il 27 agosto Ciano e la famiglia furono fatti fuggire dal servizio segreto tedesco e trasportati in Germania. Dopo l’armistizio di Cassibile e la successiva costituzione della RSI, il nome di Ciano fu incluso nella lista dei traditori che i repubblichini erano risoluti a giustiziare per il voto del Gran consiglio.

Nonostante il miglioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini, grazie anche all’intercessione di Edda, sua mogli e figlia del Duce, il 19 ottobre Ciano viene trasferito da Monaco a Verona. Consegnato alla polizia della RSI viene rinchiuso nel carcere degli Scalzi: è la matricola numero 11902, allocato nella cella 27, un letto, una panca, un tavolino, niente per scaldarsi. Il processo ai “traditori” del 25 luglio, svoltosi in condizioni di assoluta illegalità e arbitrio giuridico, ha inizio l’8 gennaio nella sala da concerto degli Amici della Musica del Castelvecchio di Verona, per l’occasione addobbata in stile fascista e si conclude tre giorni dopo con la sua condanna a morte. Dopo un vano tentativo a opera della moglie di scambiare la sua vita con la consegna dei suoi Diari, al cui possesso i nazisti tenevano molto per evitare il contraccolpo sul piano propagandistico che la loro pubblicazione avrebbe suscitato, la mattina dell’11 gennaio 1944 Ciano viene fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo, a Verona.

Fu portato sul luogo dell’esecuzione assieme ad altri quattro fascisti: Emilio De Bono, Giovanni Marinelli, Luciano Gottardi e Carlo Pareschi, ai quali si contesta di aver votato, il 25 luglio 1943, la mozione che aveva esautorato Mussolini restituendo il comando delle forze armate a re Vittorio Emanuele. Cinque sedie ad attenderli, addossate al terrapieno della fortezza. Le cronache riferiscono che Ciano portò le mani in tasca e si mise a cavalcioni sulla sedia rifiutando la benda. Fu giustiziato alle 9.20 di martedì 11 gennaio 1944.