Si riapre ancora una volta il caso del delitto di Garlasco, in cui Alberto Stasi venne accusato della morte della fidanzata Chiara Poggi.

Questa volta però non si parla del ragazzo, che dopo una duplice assoluzione lo scorso 12 dicembre è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, che sta attualmente scontando in prigione.

Sul banco degli imputati c’è invece Francesco Marchetto, ai tempi maresciallo dei carabinieri che si occupò di arte delle indagini, ora in pensione. Dopo un lungo dibattimento il giudice Daniela Garlaschi che ha seguito la vicenda ha deciso di condannare l’ex miliare a 2 anni e mezzo di carcere e al pagamento di una provvisionale di 10mila euro da versare alla famiglia Poggi.

L’accusa è di falsa testimonianza resa al giudice che lo interrogava come comandate della stazione dei carabinieri di Garlasco, avvenuta nel 2007. Le sue dichiarazioni in merito alla bicicletta da donna usata da Stasi avrebbero infatti sviato le indagini.

L’imputato infatti decise di non sequestrare il mezzo, e per giustificare la propria scelta disse di aver raccolto personalmente la deposizione di una testimone che aveva visto la bici davanti all’abitazione in cui si svolse il delitto, e che quindi non poteva essere la bici del padre di Alberto.

Secondo l’accusa Marchetto avrebbe mentito durante il processo di primo grado per salvare le apparenze e non dover così confessare di aver compiuto un errore: la sua testimonianza avrebbe così indirizzato il processo su una falsa pista, tanto da permettere la duplice assoluzione di Stasi.

Roberto Grittini, il difensore dell’ex carabiniere, afferma però che la condanna altro non è che una mossa giudiziaria atta a ripulire il processo Stasi, definito “un aborto, pieno di incongruenze, e adesso si vogliono attribuire tutte a Marchetto. Si è cercato un capro espiatorio. Invece in questa indagine sono in tanti a dover fare il mea culpa”.