“Gender” è un termine anglosassone che in italiano possiamo tradurre con “genere” e che indica l’appartenenza delle persone all’uno o all’altro sesso (maschile e femminile) non tanto basandosi sulle differenze di natura biologica, quanto su componenti di natura sociale, culturale e  comportamentale. Nelle scienze sociali, il termine si riferisce quindi alla rappresentazione dell’identità.

Per comprenderne appieno il significato occorre però fare un passo indietro e precisare la differenza che intercorre tra “sesso” e “genere”:

  • il sesso di una persona è determinato da un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono la distinzione in maschio / femmina
  • il genere (gender) rappresenta invece una costruzione culturale, un costrutto socio-culturale che non è innato, bensì acquisito e determina lo status di uomo / donna.

L’identità di genere è quindi costituita dall’insieme dei comportamenti che concorrono a definire l’appartenenza al genere maschile o femminile, anche in relazione alla percezione individuale del sé, al contesto socio-culturale, all’area geografica e al periodo storico di appartenenza. Mentre il sesso è innato, il genere viene infatti creato quotidianamente, attraverso una serie di interazioni e rinforzi che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. In sostanza, parafrasando la famosa frase della scrittrice Simone de Beauvoir “Non si nasce donna: si diventa”, si può ben comprendere la differenza tra sesso e genere considerando che “maschi e femmine si nasce, mentre uomini e donne si diventa”. Il rapporto tra sesso e genere varia tuttavia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici e delle culture di appartenenza, poiché ogni singola società definisce quali valori attribuire alle varie identità di genere e in cosa consiste essere uomo o donna. Maschilità e femminilità vanno quindi considerati concetti relativi. Per quanto distinti, sesso e genere vanno inoltre considerate come due realtà interdipendenti. Sui caratteri biologici si innesca infatti il processo di produzione delle identità di genere: maschi e femmine, fin da bambini, vengono educati in maniera differente, valorizzando qualità diverse, incentivando ad esempio l’aggressività negli uni e la remissività nelle altre.

Da una trentina d’anni, il termine “gender” viene così comunemente associato ai “Gender Studies”, conosciuti in Italia come  “studi di genere”, ovvero ricerche atte ad individuare e spiegare i motivi per cui ad un dato genere (maschile o femminile) vengano attribuiti ruoli specifici, non strettamente legati alle caratteristiche sessuali. Studiare il “gender” significa ad esempio studiare il motivo per cui, a parità di mansioni svolte, una donna (nel nostro Paese tradizionalmente associata all’angelo del focolare) guadagna meno di un uomo, oppure perché certi ruoli sociali vengono percepiti come specifici di un dato genere. Gli studi di genere sono nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, per poi diffondersi in Europa e configurarsi ad oggi come un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere.

Essendo dunque la nostra identità una realtà complessa e dinamica, composta dalle categorie di sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere, all’inizio degli anni ottanta, al termine “gender” si è associato quello di “transgenger”. Il termine oggi è al centro di numerosi dibattiti ed ha acquisito diversi significati a seconda dei contesti d’uso, ma originariamente indicava il movimento politico/culturale atto a contestare la logica eterosessista e genderista secondo cui l’identità di genere di una persona debba necessariamente combaciare con il sesso biologico. Il transgenderismo propone al contrario una visione dei sessi e dei generi fluida, rivendicando il diritto di riconoscersi in qualsiasi posizione intermedia fra gli estremi “maschio/femmina”, senza per questo dover subire discriminazione. Oggi tuttavia il termine è comunemente usato per indicare le persone che, non sentendo coincidere il proprio sesso biologico con la propria identità di genere, intraprendono un percorso di trasformazione fisica affinché le due sfere del sé siano finalmente coincidenti.

Sui significati di “gender”, transgender”, “transessuale”, “indentità gender” e via dicendo permane tuttavia ancora una dilagante confusione, che porta pregiudizi e incomprensione. Molto dibattuta è per esempio attualmente l’opportunità o meno di fare “educazione gender” nelle scuole. Una vera e propria bufera sollevatasi a causa della diffusa disinformazione. Non resta dunque che sperare che le persone abbiano il desiderio di capire, leggere, ascoltare e che in un prossimo futuro la parola “gender” smetta di far accapponare la pelle di mamme e papà, poiché non è sinonimo di “devianza”.

D’altra parte non è passato poi così tanto tempo da quando la possibilità di indossare i pantaloni era preclusa a soggetti dotati di organi sessuali femminili, mentre ora è un fatto socialmente accettato e non desta più alcuno scandalo: “è stato più facile prendere la Bastiglia che impossessarsi definitivamente dei pantaloni” ha affermato la studiosa francese di gender studies Christine Bard.