Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha condannato il leader dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni di carcere per il massacro di Srebrenica del 1995, che la stessa corte dell’Aja aveva riconosciuto come un crimine contro l’umanità nel gennaio del 2015. Karadzic, che oggi ha 70 anni, è stato giudicato colpevole anche dei reati di omicidio e persecuzione di civili durante l’assedio di Sarajevo, durato 44 mesi e costato la vita a oltre 10mila persone, nonché del reato di presa di ostaggi, relativamente al sequestro di quasi 300 caschi blu dell’ONU utilizzati come scudi umani durante i bombardamenti NATO. Non è stato invece riconosciuto il reato di genocidio per quanto riguarda gli eccidi avvenuti in sette villaggi della Bosnia Erzegovina (Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik): per queste azioni Karadzic è stato condannato “solo” per crimini contro l’umanità, omicidio e persecuzione.

Si chiude così un processo iniziato oltre sei anni fa e generato dalla spettacolare cattura, nel luglio del 2008, dello stesso Karadzic, dopo una latitanza lunga ben 12 anni. Psichiatra, Karadzic fu trovato mentre lavorava in una clinica privata di Belgrado come medico e psicologo sotto falso nome. Il suo legale, Peter Robinson, ha comunque annunciato che si farà ricorso in appello per una condanna ritenuta “deduttiva e priva di prove concrete”.

Quello di Srebrenica è passato alla storia come il più grave genocidio avvenuto su territorio europeo dai tempi della Shoah. Tutto iniziò l’11 luglio del 1995, quando l’esercito serbo-bosniaco penetrò nella città (che era stata dichiarata zona protetta dall’ONU, e dunque popolata da migliaia di profughi provenienti da tutta la Bosnia). I militari separarono gli uomini dai 14 ai 78 anni da donne e bambini, garantendo che non sarebbe stato fatto loro alcun male – esiste un video in cui il generale Ratko Mladic spiegava agli abitanti della città, tutti bosniaco-musulmani, che l’intervento era volto a portare in città acqua, cibo e medicine per la popolazione. In realtà, nel giro delle 72 ore successive, le milizie serbo-bosniache procedettero con la loro eliminazione fisica, sotto lo sguardo colpevole dei caschi blu olandesi: i numeri ufficiali parlano di 8.372 persone uccise con un colpo alla testa e poi gettate nelle fosse comune, anche se alcune associazioni affermano che le vittime sarebbero oltre 10.000. Vent’anni dopo il massacro, le salme identificate tramite DNA sono 6.930.