«Un consiglio per i giovani aspiranti fotografi? Fatevi una cultura, guardate le immagini dei grandi del passato, imparate da loro. Dalle scuole di fotografia non si impara niente. Quello che dovete fare è pensare, prima di scattare. Poi fare la foto, forse. Oggi le macchine fotografiche fanno tutto da sole. Ma non possiamo far sì che ragionino anche al posto nostro». A dirlo non è un fotografo qualunque, ma uno dei più grandi: Gianni Berengo Gardin che, a 83 anni, ha ancora voglia di imparare: «Continuo a studiare le foto di Ugo Mulas, Gabriele Basilico, Henri Cartier-Bresson. Per me loro sono sempre stati amici, colleghi e maestri».

200 immagini tratte dall’immenso archivio di Berengo Gardin (più di 1 milione e 500 mila negativi), considerato da molti il più rappresentativo fra i fotografi italiani, fino all’8 giugno resteranno esposte  nel Sottoporticato di Palazzo Ducale nell’ambito della rassegna “Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo“. Dopo le tappe di Milano, Venezia e Verona, la mostra approda infatti a Palazzo Ducale in versione rinnovata e arricchita di un intero capitolo dedicato a Genova: fotografie, in buona parte inedite,  che coprono un ampio periodo, dal 1969 al 2002, appositamente selezionate per questa edizione della mostra.

Conosciuto in Italia e all’estero come il profeta della fotografia, Gianni Berengo Gardin più di ogni altro ha saputo restituire e rinnovare il linguaggio visivo del nostro paese: Venezia, Milano, i manicomi e la legge Basaglia, la Liguria, l’entusiasmante esperienza con Renzo Piano, il grande reportage “dentro le case”, la Biennale d’arte di Venezia, ma anche New York, Vienna, la Gran Bretagna e la straordinaria esperienza con il Touring Club, fino alle fotografie finora rimaste inedite e qui presentate per la prima volta.

Con occhio sempre vigile, attento a cogliere le svolte della storia, così come i passaggi minimi, più discreti del reale, Gianni Berengo Gardin ha narrato, e continua a farlo  (basti pensare al suo lavoro su L’Aquila, prima e dopo le devastazioni del terremoto) gli avvenimenti che hanno segnato la storia del nostro paese, oltre ai momenti di vita quotidiana nelle strade, agli incontri casuali con le persone, ai gesti spontanei. Le sue immagini sono uno spaccato della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte tragiche, ponendo sempre al centro dell’attenzione l’uomo e la sua dignità. Instancabile testimone del nostro tempo, nei suoi scatti in bianco e nero traspare la capacità di raccontare le storie senza pregiudizi e una ricchezza di sentimenti che si scioglie in narrazione sempre lineare e coerente: la sua grandezza è la semplicità, o meglio, la capacità di rendere leggibile la complessità del mondo.

« La mostra inizia con gli scatti realizzati a Milano, dove è iniziata la carriera di Berengo Gardin » spiega Denis Curti, curatore della rassegna. Poi ci sono i reportage: da “Morire di classe”, realizzato su richiesta di Franco Basaglia, a “Dentro le case”, «lavoro fondamentale, che ha riscritto il linguaggio del reportage contemporaneo» spiega Curti. E ancora, il reportage sulla vita dei Rom in Italia, e le foto dedicate al lavoro e alla sua importanza sociale: «Ho collaborato per 15 anni con grandi aziende come Olivetti, Alfa Romeo, Italsider, Ansaldo. Ero e sono comunista, e passando del tempo con gli operai ho capito l’importanza di esserlo» ha dichiarato il fotografo. In mostra, poi,  la sezione dedicata ai baci: «Nel 1954 in Italia era proibito baciarsi in pubblico. Si rischiava di essere arrestati per oltraggio al pudore», ricorda Berengo Gardin, «Quando sono arrivato a Parigi, ho scoperto che lì tutti si baciavano per strada. Così li ho fotografati, soprattutto per denunciare la situazione italiana. Ogni fotografo, però, è un po’ guardone , deve esserlo per far bene il suo lavoro, così, anche quando in Italia le cose sono cambiate, ho continuato a immortalare le coppie innamorate». Cuore della mostra, infine, la sala dedicata a Genova, una città che assomiglia alle sue idee e ai suoi ricordi: «Renzo Piano mi ha spesso chiesto di fotografare il porto e chi ci lavora. Adoro poi i caruggi e i loro negozietti. Genova è il luogo dove vorrei venire a vivere» ha dichiarato il fotografo.