Ultima puntata dell’inchiesta di Leonardo.it dedicata al gioco d’azzardo. Un fenomeno, come abbiamo visto, che negli ultimi dieci anni ha registrato una crescita continua (e un calo costante delle entrate per lo Stato) con la presenza sempre più ingombrante della criminalità organizzata. Ma a tenere banco è, più di tutto, l’aumento esponenziale dei giocatori. Quasi due milioni quelli a rischio, centinaia di migliaia i giocatori compulsivi. Vittime di quello che è ancora visto da molti come un vizio, ma che è in realtà, una vera e propria malattia.

Gli ultimi due casi sono avvenuti nel bergamasco e nel piacentino. Nella provincia lombarda, un imprenditore è stato ricoverato in un centro di cura dopo aver giocato per 12 ore di seguito alle slot machine e aver perso 23mila euro. In Emilia Romagna, una 48enne ha ucciso la madre di 90 anni dopo l’ennesima discussione per i debiti di gioco che la donna aveva accumulato giocando al videopoker. Subito dopo l’omicidio ha strappato la catenina d’oro che l’anziana portava al collo ed è andata a venderla per risarcire i suoi creditori.

La prevenzione che non c’è. L’allarme sociale è alto e ormai sembra essersene accorto anche il governo che nell’ultimo decreto, quello firmato dal ministro della Sanità Renato Balduzzi e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel novembre scorso, ha inserito il Gap (Gioco d’Azzardo Patologico) nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza); ciò dovrebbe garantire il diritto alla cura a carico del Sistema Sanitario Nazionale ai giocatori d’azzardo patologici e la creazione di progetti di prevenzione. “Ma, almeno al momento, la realtà è ben diversa - dichiara Maria Cristina Perilli, psicoterapeuta che da anni si occupa del problema -. Finora non si è investito molto nella prevenzione ed il decreto ha inserito il Gap nei Lea senza stanziare alcun finanziamento”. Serve il via libera delle Regioni, aggiunge, che non sembrano volerlo accordare se non si trovano i fondi necessari. Non ci sono soldi per curare i pazient gap, figurarsi per la prevenzione e la ricerca”.

Stato “biscazziere”. E così i costi sociali e sanitari finiscono per diventare quasi equivalenti a quello che lo Stato guadagna con il Preu (Prelievo Erariale Unico) applicato sui giochi d’azzardo. Prestazioni di assistenza erogate dai servizi sociali, cure necessarie per i problemi fisici e psicologici dei gap, indebitamento delle famiglie con le banche, aumento dei reati legati al bisogno di soldi per poter continuare a giocare o per pagare i debiti di gioco: tutto ciò arriva a costare ogni anno tra i 5 e i 6 miliardi di euro contro gli 8 scarsi che finiscono nelle casse pubbliche attraverso la tassazione sul gioco d’azzardo. “Lo Stato ha tardato a riconoscere che il Gap è una malattia (e tutt’ora preferisce chiamarlo impropriamente ludopatia invece che con il nome che meglio lo definisce) – sottolinea ancora Perilli – perché altrimenti avrebbe dovuto ammettere di avere un ruolo di ‘biscazziere’ che alimenta quella stessa patologia che poi deve curare”. Contemporaneamente, continua, “non si investe in studi e ricerche sul fenomeno, per potere poi mettere in campo le strategie di intervento più idonee, come si fa ad esempio in Svizzera già da molti anni, né tantomeno sulla prevenzione”. E anche la cura dei malati ne risente.

Istituzioni assenti. La dottoressa Perilli, da anni ormai è impegnata in un percorso solitario (al di fuori del lavoro che svolge in Asl) iniziato per sua decisione per sensibilizzare i giovani, e non solo, sui rischi e le conseguenze del gioco d’azzardo. L’ultima tappa è il “Gap Tour” che sta portando in giro nelle scuole, nei circoli, nei centri anziani, nelle scuole di formazione delle forze dell’ordine e nelle diocesi a Milano e provincia. Una mosca bianca, con un carico di lavoro che continua ad aumentare di giorno in giorno. “La gente è assetata di informazioni sull’argomento” testimonia, “io me ne occupo da sola, fuori dagli orari di lavoro, ma mi rendo conto che l’interesse e l’esigenza della prevenzione si sta allargando a macchia d’olio e, ormai non ce la faccio più. Quando faccio vedere i ‘numeri’ legati all’azzardo e racconto cosa succede intorno e dentro questa realtà, restano tutti stupiti e, spesso, turbati; adulti e ragazzi cominciano a porsi delle domande, a riflettere. Ed è proprio ciò che voglio ottenere con i miei interventi. Pochi conoscono cosa vuol dire davvero essere un giocatore compulsivo”.

Proibire non serve. “La mancanza di corrette informazioni”, afferma con decisione la dottoressa, “ed alcuni retaggi moralistici, fanno sì che ancora oggi in molti considerino il giocatore d’azzardo patologico una persona persona irresponsabile, un debole che butta via stupidamente i soldi per il “vizio” del gioco”. Lo stesso giocatore spesso è intrappolato in questa immagine di se stesso e, schiacciato da sentimenti di colpa e di vergogna, fatica a chiedere aiuto. Eppure la realtà è che sono persone malate, a volte in modo molto grave: “il percorso di cura permette loro di avere meno sensi di colpa e più autostima  – spiega Perilli – e di recuperare parallelamente tutti quei valori che la dipendenza aveva annullato”. “Contemporaneamente, proibire non serve”, sostiene la dottoressa, “quello che serve davvero è portare alla consapevolezza dei rischi che si corrono e far comprendere quanto siano distanti dalla realtà quegli slogan che ci vogliono convincere che vincere sia facile e che ci cambierà la vita. Servono strumenti per capire cosa c’è dietro un mercato” ribadisce “che sta rovinando l’Italia. Solo una conoscenza più completa del fenomeno” conclude la dottoressa Perilli, “offre strumenti per fare un uso sano del prodotto gioco”. Ma da soli questo non è possibile.