I numeri del fenomeno e il coinvolgimento della criminalità organizzata, come abbiamo visto nelle precedenti puntate dell’inchiesta di Leonardo.it, rendono bene l’idea dell’allarme sociale che si sta creando intorno al gioco d’azzardo nel nostro Paese. Ma quello che forse deve far preoccupare più di tutto è la crescita esponenziale dei giocatori a rischio dipendenza. Persone che hanno visto le proprie vite devastate da quella che oggi è riconosciuta come una vera patologia, anche se prevenzione e cura sono ancora agli albori. Sono centinaia di migliaia i giocatori compulsivi in Italia. Ma c’è anche chi riesce a guarire e ricominciare a vivere.

Giocatori anonimi. Alberto e Giulia hanno lo sguardo stanco di chi ha lottato con il mostro. Ma i loro occhi hanno anche la serena consapevolezza di chi, quel mostro, ha combattuto e vinto. Da un anno sono “puliti”, lo stesso termine che si usa per gli alcolisti. D’altronde i Giocatori Anonimi hanno mutuato in tutto e per tutto il percorso di guarigione di chi ha avuto una dipendenza dall’alcol. I dodici passi, solo il primo dei quali riguarda strettamente il gioco, i tutor che ti seguono nel percorso, gli oggettini che ti ricordano da quanti mesi hai smesso. Il tutto che inizia con la classica frase “Sono tizio e sono un giocatore compulsivo”. “All’inizio sembra di stare in una setta – raccontano Alberto e Giulia – ma alla fine anche quegli aspetti di cui non capisci il senso si rivelano utili”. I gruppi di auto-aiuto funzionano davvero, assicurano, insieme a una buona cura psicologica.

Una malattia inguaribile. Così la definiscono Alberto e Giulia. “Se smetti devi farlo per sempre, non puoi ricominciare – spiegano – perché se ricominci ci ricaschi, come l’alcol”. In questo è utile far parte di un gruppo dove l’anonimato è la regola principale. “Per aprirti completamente, devi trovarti in un mondo protetto, dove sai che tutto quello che dirai non uscirà di là”. Solo così si è liberi di aprirsi e raccontare i propri problemi senza doversi giustificare e senza sentirsi giudicati. Non è facile, dicono ancora i giocatori, spiegare i propri problemi a chi non li ha vissuti. “E sentirli raccontare di nuovo ogni volta è un deterrente – confermano – perché quando smetti ti dimentichi quello che hai passato. Così sei costretto a ricordarlo continuamente”. E, paradossalmente, è quando si decide di smettere che si cerca l’anonimato. Quando si è travolti dalla malattia del gioco, invece, non ci si cura affatto di essere visti e riconosciuti.

“Ho scommesso per 25 anni”. La storia di Alberto, 40 anni, comincia quando è appena un adolescente. “Ho sempre scommesso su tutto, anche sulle partite di pallone degli amici. Il gioco è stato parte della mia vita, in tutti i settori e tuttti i giorni”, racconta. Una dipendenza che ha risucchiato ogni giorno della sua vita, non soltanto i momenti in cui giocava. “Ti svegli con il pensiero di dove troverai i soldi, di dove andare, di cosa fare. Vai al lavoro e fai altrettanto. Tutta la giornata è improntata su questo, che tu perda o vinca conta poco, il gioco serve per estraniarsi e non pensare ai problemi reali” spiega Alberto. Con effetti devastanti sulla vita, sulle amicizie, sull’amore. “Ti allontani da tutto e ti avvicini solo a chi frequenta i tuoi stessi luoghi – spiega Alberto -. Il tempo dedicato a tutto questo è tolto al resto della tua vita, così quando smetti è devastante perché capisci che ti sei perso un sacco di cose e devi affrontare i vuoti lasciati dal gioco”. Alberto ha deciso di smettere dopo aver perso 15mila euro in un mese. Prima ha provato da solo, poi ha deciso di farsi aiutare. “Una volta che smetti, però, dalla devastazione economica ti riprendi in fretta, da quella emotiva e sociale no” racconta “Ho avuto vere e proprie crisi di astinenza. E ancora oggi sogno il gioco tutte le notti”.

“Dipendente dai gratta e vinci”. Completamente diversa la storia di Giulia. Lei ha iniziato da adulta, poco dopo i 40 anni, “in un momento in cui non ero felice”. E la sua dipendenza è durata poco, appena 14 mesi. Un anno e più in cui poteva spendere anche centinaia di euro al giorno in “gratta e vinci”, con piccole vincite che la spingevano a continuare. “La differenza con le altre dipendenze – sottolinea – è che sono più visibili. Il gioco passa più inosservato, al massimo viene visto come un modo sciocco di buttare i soldi. Non una malattia ma un vizio”. Oggi che ha smesso, racconta di non avere più avuto tentazioni. “Non voglio più buttare un euro nel gioco – afferma decisa – farlo per me sarebbe una sconfitta”.

“Non criminalizziamolo”. Nonostante il loro difficile percorso, Alberto e Giulia sono convinti che il gioco non vada criminalizzato. “Abbiamo tutti vissuti difficili alle spalle,  l’asocialità sfocia nel gioco come poteva sfociare in altre dipendenze – spiegano -. Il gioco ti aiuta a sopportare le cose brutte della vita, a non affrontare i problemi. È una malattia lenta e progressiva. Non ti svegli al mattino e sei malato”. Ma per accorgertene devi toccare il fondo e capire che non hai altre vie di uscita, aggiungono, solo quando sei spalle al muro, chiedi aiuto. Alberto e Giulia sono d’accordo: l’importante è capire di avere un problema e in questo un grosso aiuto viene dalla psicoterapia, sia prima che dopo. “Il problema di oggi – osserva Alberto alla fine della lunga chiacchierata – è che prima il gioco dovevi andartelo a cercare. Oggi è il gioco che viene a cercare te” (foto by Infophoto).