Scordatevi i tempi in cui il massimo del rischio era giocare la schedina al bar o scommettere su un cavallo al Totip. Oggi l’Italia è un grande casinò a cielo aperto, sempre più affollato di slot machine, videolottery, centri scommesse e, ultime arrivate, sale poker. Senza contare il Far West dell’on line. Fonte di entrate fiscali secondo lo Stato, che da una decina d’anni ha iniziato a puntare sul gioco d’azzardo, agevolandolo con normative ad hoc e tassazioni “alleggerite”. Con la conseguenza di un aumento esponenziale dei giocatori, molti dei quali compulsivi, e dei soldi spesi tra macchinette, gratta e vinci, scommesse, una piccolissima parte dei quali entra nelle tasche del governo. Anzi, i guadagni sono in continuo calo. Mentre crescono quelli della criminalità organizzata, sempre più presente e interessata.

Numeri impressionanti. Si è passati dai 24,8 miliardi di euro spesi nel 2004 ai 79,9 del 2011, con un aumento del 220%. E i dati del primo semestre 2012 fanno prevedere un ulteriore aumento di 10 miliardi. Tutto denaro sottratto ai consumi, con un danno non solo per le famiglie ma anche per il mercato. La spesa pro capite si aggira intorno ai 1330 euro a persona. Gli italiani hanno a disposizione circa 415mila new slot, ovvero una ogni 150 abitanti, e più di 47mila terminali per le videolottery, strutture che nell’ultimo periodo hanno cominciato a diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio. Ovviamente, sono in continua crescita le imprese del settore, circa 5mila con 120mila addetti, aumentate nel solo 2011 del 32,9%. Casinò di quartiere, sale bingo, sale scommesse sono ormai diffuse ovunque: 6.181 i locali e le agenzie autorizzate attualmente operativi. Senza contare i distributori automatici e Internet. E la pubblicità in tv, sui cartelloni, nei banner on line, prolifica.

Come le sigarette. A mettere un po’ d’ordine ci ha provato il decreto Balduzzi sulla sanità, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso novembre. Il testo prevede, tra le altre cose, l’obbligo per i pubblici esercizi di esporre stampe e targhe con formule di avvertimento, che mettano in allerta i giocatori sui rischi di dipendenza e sulle relative probabilità di vincita. Insomma, un po’ come la scritta “nuoce gravemente alla salute” sui pacchetti di sigarette. Ma prevenire è difficile quando si continuano a inventare giochi nuovi per attrarre gli appassionati: app sugli smart phone che permettono di giocare soldi veri, lotto e scommesse virtuali, “betting exchange”, che permette al giocatore di impersonare il banco. Presto le scommesse sbarcheranno anche su Facebook, in Inghilterra succede già. E grazie a un emendamento alla legge di Stabilità a partire da fine gennaio è stato aperto il bando per l’apertura di nuove sale di “poker live”, con un giocatore contro l’altro (foto by Infophoto).

Una corsa inarrestabile. E pensare che fino alla prima metà del 1990 esistevano solo tre occasioni di gioco, una volta la settimana: Totip, Totocalcio e Lotto. Nel 1997 sono arrivati il Superenalotto e le sale scommesse. Nel 1999, il Bingo. Nel 2003 sono state installate le prime slot machine, nel 2005 è arrivato l’ok per le scommesse on line. Le sale gioco per il poker dal vivo e 7000 nuovi punti scommessa sono arrivati nel 2011, dopo il via libera nel 2010 alle videolottery, le nuove slot, e ai giochi di carte organizzati non più in torneo. Così gli italiani giocano: soprattutto donne, minori, precari e cassintegrati, pensionati. E l’Italia è diventata lo stato dove si gioca di più in Europa e il terzo al mondo, dopo Usa e Giappone. Pur rappresentando solo l’1% della popolazione, lo Stivale ha il 23% del mercato internazionale del gioco on line e il 4,4% di tutti i giochi. Il 19% dei “gratta e vinci” venduti nel mondo viene acquistato in Italia, il Paese che ne consuma di più in assoluto. La città dove si gioca di più è Pavia (Milano 12esima), la regione l’Abruzzo.

C’è chi dice no. Come gli oltre 60 sindaci del Nord Italia, i #comuninoslot, che si sono messi insieme per chiedere una regolarizzazione del gioco d’azzardo e uno stop alle aperture indiscriminate di sale sui loro territori. O come i baristi, che cominciano a disinstallare macchinette e abbandonare gratta e vinci, stanchi di vedere i loro clienti ridursi sul lastrico. E’ già successo in Lombardia, Piemonte e Toscana. Una scelta che li espone alle pressioni delle lobby del gioco e delle mafie. E lo Stato resta a guardare, mentre le sue entrate continuano a diminuire: erano di oltre 7 miliardi nel 2004, hanno superato di poco gli 8 nel 2011 mentre le giocate sono quasi quadruplicate. Soldi che vanno divisi tra le vincite, le società che inventano i giochi, le aziende autorizzate, esercenti e locali. D’altronde con una tassazione quasi ridicola, lo 0,6% per il gioco on line contro il 4% per il pane, è difficile che le cose possano cambiare.