Torna la Milano calibro 9 raccontata da Giorgio Scerbanenco. Questa volta ha scelto uno dei quartieri storici meneghini: Brera. Le rapine in gioielleria non sono una novità, purtroppo, ma un epilogo così cruento sembrava confinato, ormai, alla cronaca di altri tempi. Invece, Giovanni Veronesi è stato trovato riverso in una pozza di sangue, con il cranio fracassato, nel suo negozio di preziosi di via dell’Orso 3. Una rapina finita male.

Oggi l’autopsia sul corpo del patriarca di una rinomata dinastia di orefici, la moglie ed entrambi i figli hanno un’attività nel settore, stabilirà se è stato colpito con la volontà di uccidere o se le ferite erano conseguenza di una colluttazione. Uno dei commercianti della via, infatti, ha sottolineato che l’ultrasettuagenario Veronesi era cintura nera di Judo.

La dinamica del delitto è ancora poco chiara: Veronesi viene visto intorno alle 11.30 in un bar con degli amici. Poco dopo mezzogiorno il telefono squilla a vuoto. E’ un momento di calma, quello che va dalle 12.00 alle 14.00: i bar si riempiono per la pausa pranzo, la via si svuota completamente. Il rapinatore avrà atteso l’orario propizio per presentarsi alla porta della gioielleria Veronesi. Magari aveva studiato le mosse del vecchio gioielliere che controllava bene prima di aprire la porta e non faceva entrare più di una persona per volta, secondo quanto racconta un altro negoziante di via dell’Orso. Gli inquirenti sperano che l’aggressore sia stato immortalato dalle telecamere della zona.

Solo pochi mesi fa, in piazzale Corvetto, periferia sud di Milano, un altro orefice è stato aggredito. Una sera di metà novembre, intorno alle 18.30, una coppia di cileni suona da Valentino Gioielli. All’interno ci sono una dipendente e due clienti. Appena entrati, l’uomo blocca la porta con un cuneo, in modo da fare entrare altri 5 connazionali armati di mazze e asce, mentre in 3 restano fuori a fare da palo. Un colpo e la vetrina va in frantumi, un altro e saltano gli espositori. Il titolare, Valentino Z., 67 anni, segue la scena da un monitor, al piano di sopra. Impugna la sua calibro 38 e scende. Spara 3 colpi, uno in aria e 2 all’indirizzo dei rapinatori che scappano. Le telecamere riprendono la fuga. A gennaio sono già tutti in manette.

Questi due episodi, però, sembrano un’eccezione. I rapinatori di questi ultimi anni ci avevano abituato a colpi da maestro, alla Arsenio Lupin. Le mani piene di gioielli, non sporche di sangue. Chi può dimenticare il furto alla gioielleria Scavia, in via della Spiga. Correva l’anno 2011, un sabato di inizio febbraio. Intorno alle 9.00, un’ora prima dell’apertura, 3 uomini, mascherati con parrucche e baffi finti, due travestiti da vigili, uno in borghese, seguono i dipendenti che entrano nel portone a fianco. Una volta in negozio, li minacciano con una pistola e si fanno consegnare tutti i preziosi: un bottino da 5 milioni di euro. Gli ostaggi vengono legati con nastro adesivo. Nessuno si fa male. A dicembre erano tutti dietro le sbarre.

Solo 3 anni prima, il 24 febbraio 2008, 5 uomini con le pettorine della Guardia di Finanza, si introducono nei locali di Casa Damiani, da un buco scavato nelle cantine del palazzo adiacente. I rapinatori si portano via 16 milioni di euro in gioielli senza, nemmeno, impugnare un’arma. Veri professionisti, soprattutto nella gestione degli ostaggi, anche a detta dell’allora capo della Squadra mobile meneghina, Francesco Messina.

Cos’è successo ieri, in via dell’Orso? Il ladro ha perso la testa? Veronesi ha reagito inaspettatamente? Da tempo, a Milano, si parla di allarme microcriminalità: balordi che si improvvisano rapinatori, più impauriti delle loro vittime e alla prima reazione vanno in panico e ammazzano per una manciata di euro. Gli stessi commercianti di via dell’Orso lamentano la piccola delinquenza come un fenomeno quotidiano e alle forze dell’ordine mancano sempre più risorse.

Sembrano preistoria gli anni in cui Francis Turatello, con la Banda dei Marsegliesi, bloccava via Montenapoleone con due macchine in pieno giorno, faceva man bassa alla gioielleria Colombo e se ne andava, sparando in aria con il mitra. “Stavo tornando in negozio, dopo la pausa pranzo e mi sono fermata a guardare. Pensavo stessero girando un film. Con l’ombrello ho inciampato in uno di loro mentre scappavano”, racconta una testimone di quei giorni. Gli stessi della Milano calibro 9 di Scerbanenco: quelli, forse, erano più spietati, questi, sicuramente, fanno più paura.