Come fai ad etichettare un personaggio come Giorgio Faletti? Impossibile. Lui, nato ad Asti il 25 novembre del 1950. Lui che, passata una vita a fare cabaret nel locale milanese Derby negli anni settanta, in compagnia dell’allegra ciurma composta da Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi e Francesco Salvi, si trasforma prima in cantante, con il secondo posto del 1994 con la canzone Signor tenente; e poi in abile scrittore, con una serie di titoli subliminali che hanno venduto tante copie. No, non lo puoi etichettare uno così: scrittore, attore, cantante, paroliere, compositore, sceneggiatore, pittore e comico. Tutto però tipicamente italiano.

Già, perché Faletti in fin dei conti non ha fatto altro che parlare dell’Italia: quel Signor Tenente ce l’ho ancora nelle orecchie, mi risuona ogni giorno come un mantra. Ora più che mai: ora che non c’è più, il suo occhio chiaro potrà incontrare i tanti che hanno fatto la cultura del nostro paese. Tanti che magari sono stati sottovalutati, un po’ come lui. Torniamo ancora una volta al 1994: avevo 14 anni, non seguivo nemmeno attentamente cosa accadeva attorno a me. Ma lui, Giorgio Faletti, con quel “Minchia signor tenente” ridestò in me la curiosità. E così scoprii cos’erano le stragi di Capàci e di via D’Amelio, la mafia, Falcone e Borsellino. Ecco, proprio questo sarà quello che mancherà a tutti noi: “Minchia Signor Tenente se n’è andato Giorgio”, mi verrebbe da dire. Riposa in pace: ormai sei entrato nella storia dell’Italia intera.

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