Esattamente un anno fa, il 20 aprile 2013, Giorgio Napolitano veniva rieletto Presidente della Repubblica Italiana. E’ il primo capo dello Stato a ricevere l’incarico per due volte: prima di lui anche a Carlo Azeglio Ciampi, nel 2006, fu chiesto di rendersi disponibile a un “bis”, ma, causa l’età avanzata e la convinzione che “il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato“, il suo fu un “no”.

Quella del 2013 (18-20 aprile), è stata la dodicesima elezione del Capo dello Stato, vinta da Giorgio Napolitano con 738 voti contro i 217 di Stefano Rodotà. Questo fa di lui il primo Presidente della Repubblica ad essere eletto due volte, ma anche il più anziano al momento del mandato nella storia repubblicana (88 anni). In precedenza presidente della Camera dei deputati nell’XI Legislatura e ministro dell’Interno nel Governo Prodi I, nonché deputato dal 1953 al 1996, europarlamentare dal 1999 al 2004 e senatore a vita dal 2005, egli è anche il primo, e finora unico, Capo dello Stato a essere stato membro del Partito Comunista Italiano.

Un incarico non certo facile per Napolitano, che nel febbraio 2007 si trova a dover gestire la prima crisi di Governo da quando è salito al Colle, causata dalle dimissioni del premier Romano Prodi, in seguito al voto contrario del Senato alla relazione sulla politica estera del suo esecutivo; dopo tre giorni, rinvia il Governo alle Camere per la fiducia. Il 24 gennaio 2008 riceve nuovamente le dimissioni di Prodi, in seguito al mancato voto di fiducia al governo maturato in Senato. Il Presidente avvia quindi le consultazioni con le forze politiche per la ricomposizione della crisi di governo e, propenso a scongiurare le elezioni anticipate, ma consapevole della difficoltà di creare un nuovo esecutivo con maggioranza stabile, il 30 gennaio conferisce al Presidente del Senato Franco Marini un mandato esplorativo finalizzato a trovare un consenso tra le forze politiche su una riforma della legge elettorale e su un governo che assuma le decisioni più urgenti. Il 4 febbraio il tentativo fallisce e Marini rimette il mandato ricevuto. Due giorni dopo, il Capo dello Stato firma il decreto di scioglimento delle Camere, chiudendo a ventidue mesi dal suo insediamento la XV Legislatura, la seconda più breve della storia della Repubblica.

Quando poi, l’8 novembre 2011, il Governo Berlusconi IV verifica di non avere più una maggioranza parlamentare alla Camera, Napolitano si accorda con Berlusconi perché si addivenga alle dimissioni del suo governo non appena sia concluso l’iter di approvazione delle leggi di bilancio. Il giorno successivo nominerà Mario Monti senatore a vita e il 12 novembre, dopo l’approvazione e la promulgazione della manovra di stabilità, Napolitano accoglie le dimissioni di Berlusconi affidando proprio a Monti l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo. E’ in questa delicata fase che il ruolo del Capo dello Stato si rivela di primario impulso alla riuscita dell’incarico, tanto che, il 2 dicembre 2011, il New York Times attribuisce al Presidente Napolitano il soprannome di “Re Giorgio”, per la sua «maestosa» difesa delle istituzioni democratiche italiane, anche al di là delle strette prerogative presidenziali e per il ruolo da lui svolto nel passaggio dal governo di Silvio Berlusconi a quello di Mario Monti. A fine dicembre arriva poi il secondo importante riconoscimento, quando il settimanale l’Espresso nomina il 2011 “l’anno di Napolitano” e, di conseguenza, egli stesso “uomo dell’anno”.

Il 16 febbraio 2014, a seguito delle dimissioni rassegnate da Enrico Letta dopo la votazione a larghissima maggioranza, da parte della Direzione del PD, di un documento che proponeva la sostituzione del governo da lui presieduto, il presidente della Repubblica convoca Renzi al Quirinale per il giorno successivo, quando si riserva di accettare l’incarico di formare un nuovo governo.