Oggi, 25 novembre, si celebra  la Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricorrenza promossa dalle Nazioni Unite in occasione dell’8 marzo 1993, quando l’allora Segretario Generale Boutros Boutros-Ghali dichiarò l’intenzione di delineare in modo esplicito il ruolo dell’ONU nella promozione e protezione dei diritti delle donne: “La lotta per i diritti delle donne e l’obbiettivo di creare una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite, in grado di promuovere la pace e i valori che la alimentano e sostengono, sono uno e lo stesso. Oggi – più che mai – la causa delle donne è la causa di tutta l’umanità”.

La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne è stata quindi adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 48/104, il 20 dicembre 1993. In essa è contenuto il riconoscimento della “necessità urgente per l’applicazione universale alle donne dei diritti e dei principi in materia di uguaglianza, sicurezza, libertà, integrità e dignità di tutti gli esseri umani”. Una risoluzione spesso riconosciuta come complementare e di rafforzo ai lavori della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Essa ricorda e incarna infatti gli stessi diritti e principi sanciti in tale strumento, oltre che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

In essa è inoltre contenuta la più diffusa definizione di violenza contro le donne:

“Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”.

“ La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso  sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del  marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la  violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;”

“ La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo  complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;”

“ La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.”

A seguito dell’approvazione della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l’Assemblea generale ha quindi designato il 25 novembre “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno. L’ONU ha così ufficializzato la data segnalata durante l’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Una data scelta in ricordo del brutale assassinio, nel 1960, delle sorelle Mirabal, esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Eppure, nonostante le centinaia di migliaia di iniziative organizzate in tutto il mondo per dire NO alla violenza di genere in tutte le sue forme, le statistiche degli ultimi dieci anni dimostrano come la violenza contro le donne sia tutt’ora endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali, culturali e ceti economici: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita.

Ancora oggi in molti paesi le donne sono vittime di matrimoni coatti, costrette alla schiavitù sessuale, indotte alla prostituzione, vittime di tratta e soggette a mutilazioni genitali. Sono altresì considerate violenza sulle donne e violazione dei diritti umani le cosiddette “dowry death” (morte a causa della dote), l’uso dell’acido per sfigurare, lo stupro di guerra ed etnico. Doverosa poi  una citazione al femminicidio che in alcuni paesi, come India e Cina, si concretizza nell’aborto selettivo e la lista continua con le infinite violenze relative alla riproduzione, come l’aborto o la sterilizzazione forzata, la contraccezione negata e le gravidanze forzate.

Secondo l’ISTAT, in Italia sono oltre 6 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che dichiarano di essere state vittime di violenza, fisica o sessuale, almeno una volta nella vita. Il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner. Del rimanente 24,7% (violenze provenienti da conoscenti o estranei), si contano 9,8% di violenze fisiche e 20,4% di violenza sessuale. Tra le vittime di violenza domestica, il 93% delle donne non ha denunciato i fatti all’Autorità; percentuale che sale al 96% se l’autore della violenza non è il partner.

Non c’è nulla di cui gioire, in sostanza, per la condizione in cui versano le donne italiane, per le quali il 2013 ha segnato per giunta l’anno più nero di sempre: a rivelarlo è l’ultimo rapporto dell’Eures (l’istituto di statistica europeo), secondo il quale sono stati ben 179 i femminicidi commessi l’anno passato, la più elevata percentuale mai riscontrata nel nostro Paese, che si traduce in una decesso per violenza ogni due giorni.