Nella Giornata Mondiale contro l’AIDS emerge quanto ancora debba essere fatto in Italia per arginare il virus dell’HIV, un’infezione tutt’altro che ricordo del passato. Sono infatti circa 140.000 i contagiati dello Stivale, di cui un 15-25% del tutto ignaro del proprio stato sierologico. È quanto si comprende da un ricco report di Unaids, che presenta obiettivi importanti da raggiungere entro la XX Conferenza Internazionale sull’AIDS, prevista a Melbourne la prossima estate. E mentre la scienza continua a far passi da gigante per limitare la portata del virus, sia con nuovi farmaci antiretrovirali che con le sperimentazioni più varie, nell’opinione pubblica persistono delle leggende non solo immotivate, ma anche del tutto pericolose.

140.000 sieropositivi, di cui forse 35.000 non consapevoli della loro condizione, per circa 1.000 decessi l’anno. Sono questi i numeri dell’HIV in Italia, dei dati preoccupanti poiché dimostrano quanto ancora debba essere fatto per alimentare una maggiore consapevolezza, soprattutto a livello informativo. Restano infatti i rapporti sessuali la fonte primaria di contagio, con un 80% sul totale, nonostante i decenni di campagne di sensibilizzazione sul safer sex. E proprio in fatto di sesso sicuro, sono le nuove generazioni le più disinformate, considerato come solo il 35% dei giovani dichiari di usare abitualmente il profilattico e, non ultimo, come un misero 29% effettui regolarmente dei test. Delle cifre ancora insufficienti, soprattutto se rapportate a quell’obiettivo “90x90x90″ – diagnosticare il 90% delle infezioni, garantire l’accesso alle cure al 90% dei malati, ridurre la carica virale del 90% – che proprio a Melbourne si discuterà in vista del traguardo del 2020.

Eppure, almeno a giudicare dalle rilevazioni Eurisko con Gilead, di HIV in Italia si continua a saperne poco, nonostante sia presente sullo Stivale da praticamente 30 anni. L’80% degli intervistati è convinto di non essere a rischio di contagio, poiché è ancora forte la concezione si tratti di “una malattia per gay e tossicodipendenti”. Non è però l’orientamento sessuale a determinare l’infezione, bensì la disinformazione, che permette tutt’oggi che l’HIV si diffonda senza troppi ostacoli. Colpa forse anche dei media di massa – negli ultimi anni è calato lo spazio dedicato all’HIV nei dibattiti televisivi – ma anche dal persistere di leggende metropolitane dure a morire.

Basta effettuare una semplice ricerca sul Web per accorgersi quanto il popolo dei navigatori italiani sia disinformato sull’HIV e sulle sue modalità di contagio. Vi è chi ancora crede ci si possa infettare con un bacio o un abbraccio, chi si dice convinto il virus sia esclusivamente una questione omosessuale, chi ancora evita l’utilizzo del profilattico poiché la partner occasionale “assume la pillola anticoncezionale“, ignorando come quest’ultima protegga solo dalle gravidanze indesiderate, non dalle malattie sessualmente trasmissibili. Il tutto senza considerare teorie del complotto e imprecisioni varie, alimentate anche dalla facile condivisione social. È quindi il momento di ribadire nuovamente come l’arma primaria sia l’utilizzo del condom, non solo nel sesso occasionale ma anche in quelle relazioni stabili dove lo stato sierologico della coppia non sia noto. Un ricorso al preservativo da incentivare fra i giovanissimi, perché di AIDS ancora si muore ancora, così come sono morte 39 milioni di persone in tutto il mondo dagli anni ’80 a oggi. Allo stesso tempo, doveroso sarebbe investire sulla rimozione dello stigma nei confronti delle persone sieropositive, spesso discriminate in Italia sulla base di false credenze e terrori del tutto immotivati.

Fonti: Unaids, Il Fatto

Immagine: Healthcare and medicine concept – female hands holding red AIDS awareness ribbon via Shutterstock Shutterstock