Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf), ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 2003, al fine di diffondere una sempre maggiore consapevolezza sulla violazione dei diritti umani che tale pratica tradizionale costituisce.

Il 20 dicembre 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha inoltre approvato la risoluzione sulla “messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili”. L’Italia, come l’Europa, ha da allora messo in atto una politica di prevenzione e contrasto del fenomeno, eppure la strada da fare è ancora lunga.

Secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sarebbero oltre 100 milioni le donne e le ragazze che hanno subito la pratica delle mutilazioni dei genitali nel mondo. L’usanza riguarda in massima parte il continente africano, ma è estesa anche in Medio Oriente, nei Paesi asiatici e, a seguito dei sempre più consistenti flussi migratori, si sta pericolosamente diffondendo anche in Europa e in Italia.

Proprio per far fronte al dilagare del fenomeno, le Ong chiedono oggi al governo Renzi di impegnarsi per ridurre le Mgf in Italia e in tutti i Paesi in cui esse vengono ancora praticate, mediante leggi e sanzioni rigorose per i trasgressori e l’istituzione di assistenza sanitaria gratuita per tutte le vittime che soffrono per le complicanze che ne derivano, “favorendo, inoltre, la diffusione di informazioni sul tema insieme alla condivisione di esperienze che dimostrano l’efficacia del loro abbandono”. Si calcola infatti che ogni anno siano circa 3 milioni le bambine, tra i 4 e i 15 anni, a rischio di mutilazione e almeno altrettante sono le donne costrette a convivere con le devastanti conseguenze di questa menomazione.

Con l’infibulazione si priva la donna del piacere sessuale al fine di renderla “pura”. Le suture, praticate in tenera età, vengono scucite solo dopo il matrimonio (defibulazione), per permettere alla donna di consumare l’unione e in seguito di partorire. Dopo ogni parto viene quindi effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale. Tali pratiche hanno gravissime conseguenze sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni e shock), sia a lungo termine: i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori rischi si corrono nel delicato momento del parto, quando il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatriziale reso poco elastico a causa delle ripetute mutilazioni. L’infibulazione rende inoltre frequente la rottura dell’utero durante il parto, causando la morte sia della madre che del bambino. Per non parlare delle conseguenze psicologiche che da tali condizioni scaturiscono. Le mutilazioni genitali femminili (che si tratti di infibulazione, escissione o circoncisione) sono pratiche barbare, che ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne. Una violazione dei diritti umani inaccettabile, che va assolutamente fermata.

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