Oggi, 22 maggio, si celebra la Giornata mondiale della biodiversità (International Day for Biological Diversity), festività istituita dalle Nazioni Unite nel 1993,  allo scopo di sensibilizzare e accrescere la consapevolezza su un tema importante e delicato come la diversità biologica, oggi sempre più a rischio. Inizialmente celebrata il 29 dicembre, dal 2000 la Giornata è stata spostata al 22 maggio, in ricordo del giorno in cui, nel 1992, fu adottata a Nairobi la Convenzione sulla diversità biologica, un trattato internazionale, ratificato da 192 Paesi e volto a tutelare ed usufruire di un’equa ripartizione delle risorse energetiche del Pianeta.

Secondo la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2010 “per biodiversità di un determinato ambiente, in particolare, si intende la varietà di organismi viventi in esso presenti, attualmente minacciata dal progressivo aumento dei fattori inquinanti e dalla riduzione degli habitat. La biodiversità può essere descritta in termini di geni, specie od ecosistemi. Lo sviluppo sostenibile dipende anche dalla comprensione, protezione e conservazione degli innumerevoli ecosistemi interattivi del pianeta.” Il termine biodiversità abbraccia dunque tutto l’insieme delle forme viventi geneticamente diverse e degli ecosistemi ad esse correlati.

Come sempre sotto l’alto patrocinio delle Nazioni Unite e della Convenzione sulla Diversità Biologica, la Giornata Internazionale del 22 maggio 2014, avrà quest’anno come tematica la biodiversità delle isole. Una giornata intera per sensibilizzare alla protezione degli spazi insulari dei mari e degli oceani. Una scelta tutt’altro che casuale, dato che il 2014 è stato proclamato dell’assemblea generale delle nazioni unite “anno dedicato allo sviluppo degli stati composti da piccole isole”. Inoltre, con la scelta di tale tema, s’intende ribadire quanto espresso nell’undicesimo meeting sulla diversitá biologica (8-19 ottobre, Hyderabad, India), ossia rafforzare l’implementazione del “programma di lavoro sulla biodiversitá delle isole”.

Sebbene occupino il 5% della superficie terrestre, le isole e le aree marine adiacenti rappresentano un ecosistema unico, oltre ad essere la chiave per la sopravvivenza, l’economia, l’identità culturale ed il benessere di 600 milioni di persone che le abitano, un decimo della popolazione mondiale. Esse proteggono una diversità biologica e culturale che è stata plasmata dall’isolamento e da condizioni ambientali particolari, come si legge nello uno studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science), condotto da alcuni ricercatori tedeschi che hanno analizzato dati sul clima e l’ecologia di 17.883 arcipelaghi con una superficie maggiore a 1Km². Dall’indagine emerge che le isole del Sud-Est asiatico, assieme a quelle dei Caraibi e del Mediterraneo, sono molto più ricche di biodiversità rispetto a quelle oceaniche. Ma, oltre a racchiudere un tesoro inestimabile, sono questi anche esempi unici di vulnerabilità: delle 724 estinzioni animali registrate negli ultimi 400 anni, circa la metà ha infatti interessato specie insulari, particolarmente vulnerabili alla perdita di habitat, all’azione antropica e ai cambiamenti climatici che colpiscono maggiormente tali ecosistemi. Specie invasive, cambiamento climatico, sovra-sfruttamento ed inquinamento rappresentano le principali minacce per la biodiversità degli ambienti insulari, i quali dipendono in maniera fondamentale dalla sua conservazione e uso sostenibile.

La biodiversità è il “capitale naturale” del pianeta, ci offre beni e servizi di vitale importanza come il cibo, la stoccaggio della Co2, la regolazione delle acque e la fornitura di materie prime. E’ una componente fondamentale del nostro sviluppo sostenibile, e distruggendola si altera la capacità degli ecosistemi sani di fornire i loro beni e servizi. Con un risvolto non indifferente anche sotto il profilo economico. Secondo l’OCSE, i danni per la perdita della biodiversità da qui al 2050 sono stimabili in una cifra che oscilla tra i 2 e i 5 trilioni di dollari all’anno, somma superiore alla ricchezza prodotta dalla stragrande maggioranza della nazioni della terra.

Sulle 63.000 specie valutate nell’ultima Lista Rossa dall’International Union for Conservation of Nature, 19.817 sono considerate minacciate. Tra queste, il 41% degli anfibi, il 33% delle barriere coralline, il 25% dei mammiferi, il 13% degli uccelli e il 30% di conifere. In Europa, secondo la Red List Europea pubblicata nel 2013, la quota più elevata di specie minacciate si trova nell’area del Mediterraneo: è considerato a rischio il 21% delle 2.032 specie valutate in Spagna, il 15% delle 1.215 specie che si trovano in Portogallo e il 14% delle 1.684 specie presenti in Grecia. L’Italia detiene il primato della biodiversità europea, con oltre 67.000 specie di piante e animali, ma anche da noi le popolazioni di vertebrati sono in declino (soprattutto in ambiente marino). Delle 672 specie di vertebrati valutate nella Lista rossa dei vertebrati italiani, oltre alle 6 che risultano estinte ultimamente, 161 sono gravemente minacciate di estinzione (28%). Tra queste, lo squalo volpe, l’anguilla, la trota mediterranea, il grifone, l’aquila di Bonelli e l’orso bruno. Le specie in pericolo sono in totale 49 tra cui il delfino comune, il capodoglio, la tartaruga Caretta caretta e la gallina prataiola.