Oggi, 16 settembre, si celebra la Giornata Mondiale per la Preservazione dello Strato di Ozono, ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 49/114, al fine di commemorare la firma del protocollo di Montreal  sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono.

Secondo le ultime valutazioni scientifiche presentate all’Onu, grazie alle misure adottate in seguito alla firma del Protocollo di Montreal (16 settembre 1987), il buco dell’ozono si starebbe infatti restringendo: ad affermarlo lo scienziato Paul A. Newman che, alla guida di un team di 300 scienziati, ha  recentemente pubblicato il rapporto condotto dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), con la partecipazione della Nasa, della Commissione europea e del National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), secondo il quale dal 2000 al 2013 i livelli di ozono sono aumentati del 4% in latitudini chiave medio-settentrionali a circa 30 miglia di altezza. “La ricostruzione dello strato di ozono che protegge la Terra dalle radiazioni ultraviolette del sole è a buon punto, grazie all’azione internazionale concertata contro i gas distruggi-ozono, come i Cfc“. Tuttavia, ha precisato Steiner, esistono enormi sfide ancora in atto e il successo del Protocollo di Montreal dovrebbe incoraggiare ulteriori azioni non solo sulla protezione dell’ozono ma anche sul clima. Non a caso lo slogan scelto per l’edizione 2014 è proprio “Ozone Layer Protection: The Mission Goes On”, con il quale si intende sottolineare l’urgenza di non abbassare la guardia alla luce dei successi conseguiti, ma, al contrario, intensificare gli sforzi per contrastare le sfide ambientali ancora in atto. Una giornata, quella odierna, che mira quindi a focalizzare l’attenzione e l’azione a livello globale, regionale e nazionale sulla necessità di continuare a proteggere lo strato di ozono, ma che intende anche sottolineare come questa sfida abbia evidenziato che, attraverso unità di propositi e azioni concertate, la cooperazione internazionale è in grado di minimizzare i rischi per il nostro pianeta e costruire un mondo più sostenibile per le generazioni future.

Nello specifico, si definisce “strato di ozono” (ozonosfera) quello strato protettivo di gas naturale situato a una distanza compresa tra 10 e 40 km dalla superficie terrestre. Esso agisce come uno scudo atmosferico e l’intera vita sulla terra dipende dalla sua protezione dai livelli letali di radiazioni ultraviolette prodotte dal sole. Nel 1970 è stato tuttavia scoperto che questo importantissimo scudo stava subendo alterazioni, facendo registrare da una parte un graduale, ma lento calo dell’ozono stratosferico totale e dall’altra un molto più potente, ma intermittente fenomeno di riduzione dell’ozono delle regioni polari terrestri (fino al 71% nell’Antartide e al 40% nella zona dell’Artide), fenomeno cui più propriamente ci si riferisce con il termine “buco dell’ozono“, coniato nel 1985 dal Premio Nobel Sherwood Rowland. Seppur diversi, i fenomeni sono interconnessi ed entrambi sono causati dal fatto che gli alogeni, principalmente cloro e bromo, catalizzano reazioni ozono-distruttive (si stima che un singolo atomo di cloro possa distruggere fino a 100.000 molecole di ozono prima di combinarsi con altre sostanze, come il metano, e tornare nella troposfera).

Lo strato di ozono ha la capacità di assorbire quasi tutte le dannose radiazioni ultraviolette, in particolare le UV-B e UV-C , ma lascia trapassare quasi totalmente i famosi raggi UV-A, ovvero quelli che recano maggiormente danno all’epidermide. Se lo strato si riduce, aumenta quindi la quantità di radiazioni UV-A che raggiunge la superficie terrestre. Radiazioni che in quantità minime non sono dannose, anzi indispensabili per esempio nella formazione della vitamina D, ma in dosi maggiori producono effetti nocivi sulla vita di microrganismi, animali e piante. Negli uomini, esposizioni prolungate a radiazioni ultraviolette sono associate con danni agli occhi, alterazioni del sistema immunitario e tumori alla pelle, ma anche gli animali sono soggetti a danni simili: carcinomi associati all’esposizione solare ambientale sono stati riscontrati in cavalli, gatti, cani, capre, pecore e nel bestiame in generale.

Dagli anni ‘80 la comunità internazionale si è quindi mossa per tentare di contrastare questo preoccupante fenomeno: tra le misure adottate, una delle più importanti è senza dubbio già citato “Protocollo di Montreal”, un documento che cataloga un centinaio di sostanze chimiche colpevoli di impoverire lo strato di ozono e fissa scadenze per l’interruzione della loro produzione e del loro consumo. L’attuazione di tale Protocollo è proceduta in maniera più che soddisfacente, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, tanto che nel 2003 l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan lo definì “l’accordo internazionale di maggior successo fino ad oggi” e oggi, a distanza di due decenni, sta dando i suoi effetti: “Entro il 2030 avrà impedito due milioni di casi di cancro alla pelle“, ha recentemente affermato il direttore esecutivo di Unep, Achim Steiner, “evitato danni al sistema immunitario e problemi agli occhi, protetto la fauna e l’agricoltura“.