Si celebra oggi, 28 aprile, la Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro, ricorrenza istituita dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) allo scopo di incentivare la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, facendo luce sulle norme in materia di sicurezza. La celebrazione della Giornata è inoltre parte integrante della Strategia globale sulla sicurezza e la salute sul lavoro dell’OIL e promuove la creazione di una cultura globale di prevenzione nell’ambito della sicurezza e della salute con la partecipazione di tutte le parti interessate.

Nel 2013, la relazione  presentata in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha affrontato il tema della prevenzione delle malattie occupazionali, mentre quest’anno focus della ricorrenza sarà “Salute e sicurezza nell’utilizzo di prodotti chimici sul lavoro“: due tematiche assolutamente coerenti e strettamente collegate. L’ILO ha infatti risposto alla sfida riguardante la prevenzione delle malattie professionali con l’elaborazione di un elenco internazionale relativo a tali malattie, completato da criteri per l’identificazione e il riconoscimento, molte delle quali patologie sono causate proprio da agenti chimici.

In occasione dell’odierna Giornata, l’ ILO ha quindi pubblicato il rapporto “Salute e sicurezza nell’utilizzo di prodotti chimici sul lavoro” con il quale viene esaminata la situazione relativa all’utilizzo di tali prodotti e al loro impatto sui luoghi di lavoro e sull’ambiente, analizzando altresì le strategie messe in atto a livello nazionale ed internazionale nel settore della sicurezza chimica e  presentando elementi per stabilire programmi nazionali che contribuiscano a garantirne una gestione razionale.

La produzione e l’uso di prodotti chimici nei posti di lavoro di tutto il mondo rappresenta una delle sfide più significative dei programmi di protezione dei posti di lavoro si legge nel rapporto “essi sono indispensabili alla vita e i loro benefici sono diffusi e ampiamente riconosciuti. Dai pesticidi che migliorano la portata e la quantità della produzione alimentare, ai prodotti farmaceutici che curano le malattie, ai prodotti per la pulizia che contribuiscono a migliorare le condizioni igieniche, i prodotti chimici sono fondamentali per una vita sana e per la comodità del mondo moderno […] Tuttavia, il controllo dell’esposizione a questi prodotti sul luogo di lavoro e la limitazione delle emissioni nell’ambiente rappresentano sfide che i governi, i datori di lavoro e i lavoratori si sforzano continuamente di affrontare

Il problema principale è rappresentato dai rischi connessi all’esposizione a questi prodotti e, anche se negli ultimi anni si sono registrati  considerevoli progressi per quanto riguarda la loro regolamentazione e gestione, la sfida è senza dubbio ancora aperta.

Incidenti, con gravi ripercussioni sulla salute dell’uomo e sull’ambiente, continuano a verificarsi e troppo spesso, lavoratori esposti in maniera diretta a sostanze potenzialmente pericolose non sono adeguatamente informati, formati e protetti. “È necessaria una risposta globale – prosegue il rapporto dell’OIL – coerente al progresso scientifico e tecnologico, alla crescita globale nella produzione dei prodotti chimici e ai cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. Analogamente, è importante continuare a sviluppare nuovi mezzi per disporre più prontamente di informazioni sui rischi derivanti dai prodotti chimici e sulle relative misure di protezione, nonché organizzare e utilizzare queste informazioni per strutturare un approccio sistematico per la salute e la sicurezza nell’uso dei prodotti chimici sul luogo di lavoro”.

Numerosi sono infatti gli impatti che l’esposizione a tali prodotti può avere sul corpo umano: se un agente chimico si trova in una forma fisica che gli permette di penetrare facilmente nell’organismo, ed è in quantità sufficiente per provocare una certa dose o entità di esposizione, si può arrivare ad una situazione di avvelenamento, o addirittura alla morte, anche a seguito di una singola esposizione. Situazioni, queste, ampiamente documentate e riconosciute, al contrario di quelle risultanti da esposizioni minori, ma ripetute nel tempo.

In questi casi, la difficoltà nel determinare la portata delle conseguenze sulla salute nel luogo di lavoro derivanti dalle esposizioni a prodotti chimici è dovuta all’incapacità di riconoscere i diversi tipi di effetti che possono presentarsi e al lungo periodo di latenza che può trascorrere prima che i sintomi inizino a manifestarsi. La mancanza di informazioni sulle conseguenze di un’esposizione a prodotti chimici ha inoltre lungamente ostacolato il riconoscimento del collegamento tra un caso di esposizione avvenuta, ad esempio, 20 anni fa e un caso di cancro verificatosi oggi.

Sebbene l’entità delle malattie dovute ai prodotti chimici rimanga quindi sconosciuta, nel settembre 2012, durante la Conferenza internazionale sulla gestione dei prodotti chimici, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha fatto circolare una nota sul carico globale delle malattie ad essi attribuibili, includendo altresì informazioni relative ai costi economici e sociali connessi alla cattiva gestione dei prodotti chimici, ivi compreso il costo dell’inattività e le implicazioni per la salute.

I risultati dello studio mostrano che nel 2004, anno per cui erano disponibili dati, globalmente 4,9 milioni di morti (8,3% del totale) e 86 milioni di anni di vita vissuti al netto della disabilità (5,7% del totale), sono risultati attribuibili all’esposizione ambientale e alla gestione di alcuni prodotti chimici. Questi dati includono le esposizioni professionali e non, come il fumo prodotto all’interno degli ambienti dall’impiego di combustibili solidi, l’inquinamento dell’aria esterna e il fumo passivo, rispettivamente con 2 milioni, 1,2 milioni e 0,6 milioni di decessi ogni anno. A questi dati seguono i particolati professionali, i prodotti chimici coinvolti negli avvelenamenti acuti e i pesticidi coinvolti nell’avvelenamento involontario, rispettivamente con 375 000, 240 000 e 186 000 di decessi ogni anno.

Dati assolutamente spaventosi, che palesano quanto ancora ci sia da fare in materia di prevenzione, perché il diritto al lavoro non si trasformi in condanna a morte. Non a caso ricorre oggi anche la Giornata dedicata al ricordo delle vittime dell’amianto: sin dal XIX secolo, periodo in cui la rivoluzione industriale innescò l’utilizzo massivo dell’amianto, si cominciò a sospettare che l’asbesto fosse collegato a gravi malattie respiratorie come il mesotelioma pleurico. Nessuno tuttavia si curò di un rischio per la salute dei lavoratori che andava solamente ad affiancare timidamente malattie allora ben più conosciute come la tubercolosi e l’amianto continuò a essere impiegato in numerose lavorazioni, per le quali esso costituiva un elemento fondamentale grazie alle sue proprietà ignifughe e fonoassorbenti. Bisognò attendere fino al 1992 perché in Italia venisse varata una soluzione definitiva a quello che stava diventando, soprattutto in determinati contesti lavorativi e geografici, un problema di grandissima gravità e importanza. La legge 275 sancì solo quell’anno il divieto di impiego di questo materiale mortale e dispose la bonifica di tutti i lavorati che lo contenevano, riconoscendo come malattie professionali le patologie correlate – tumore alla pleura e carcinoma polmonare –, con conseguenti programmi di assistenza alle vittime. Le zone più colpite dalle malattie asbesto-correlate sono state il nord-ovest e il nord-est della penisola, con concentrazioni particolarmente elevate nelle provincie di Alessandria e Gorizia: nella sola zona di Monfalcone sono più di millecinquecento le persone che negli ultimi vent’anni sono morte di tumore al polmone, ma le stime parlano di circa quattromila morti ogni anno nel nostro paese e di più di venti milioni di tonnellate di amianto ancora da bonificare. A questo proposito, è bene ricordare che anche l’inalazione di una sola fibra d’amianto, che misura un millesimo di un capello umano, è potenzialmente in grado di scatenare la malattia. Naturalmente un’esposizione prolungata e regolare aumenta in maniera esponenziale il rischio. Nonostante la comunità medica e scientifica abbia rilevato quindi da decine di anni i rischi correlati, nonostante esistano molti comitati che si battono per sostenere le vittime dell’asbesto ed evitare nuovi casi, nonostante già da tempo le istituzioni e i legislatori si siano occupati del problema, l’amianto rimane un killer che si aggira a piede.