180 anni fa nasceva Giosuè Carducci, primo italiano a vincere il premio Nobel per la letteratura, nel 1906. Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in provincia di Lucca, figlio di Michele Carducci, medico e rivoluzionario e Ildegonda Celli, di origini volterrane. Nel  1838 la famiglia si trasferisce a Bolgheri, sperduto paesello della Toscana che grazie al poeta diventerà famoso in tutti il mondo (la permanenza nella Maremma è testimoniata e rievocata con affettuosa nostalgia nel sonetto “Traversando la Maremma toscana”, 1885). Nei dieci anni trascorsi a Bolgheri, il padre incaricò il sacerdote Giovanni Bertinelli di dare lezioni di latino al figlio durante il giorno, mentre la sera era lo stesso Michele ad occuparsi dell’istruzione del giovane Giosuè. Il 28 aprile 1849 i Carducci giungono a Firenze, dove il futuro poeta frequenta l’Istituto degli Scolopi di San Giovannino e conosce la donna che diventerà sua moglie, Elvira Menicucci. A Firenze Giosuè  completa gli studi ginnasiali, entrando poi nella Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si laurea in filosofia e filologia. Dopo la laurea, conseguita con il massimo dei voti, insegna retorica al liceo di San Miniato al Tedesco.

Due gravi lutti segnano profondamente questi anni: nel novembre 1857 muore il fratello Dante e pochi mesi dopo anche il padre, costringendo il giovane Carducci a a provvedere al mantenimento della madre e del fratello Valfredo.  Nello stesso anno appare la sua prima raccolta di versi, “Rime”. Nel 1859 Carducci sposa quindi Elvira Menicucci e dopo la nascita delle figlie Beatrice e Laura, nel 1860, viene chiamato a ricoprire la cattedra di eloquenza (letteratura italiana) all’Università di Bologna. Inizia così un lunghissimo periodo di insegnamento, durato fino al 1904 e caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica.

Il decennio 1860-70 è decisivo per la formazione ideologica e politica di Carducci: da un lato le vaste letture, dall’altro l’iscrizione alla Massoneria e la delusione provocata dalla mediocrità del governo postunitario, determinano un atteggiamento filorepubblicano e giacobino.  Il 1970 è quindi segnato da nuovi lutti: vengono meno la madre e il figlioletto Dante. Di questo periodo sono “Idillio maremmano”, “Nostalgia”, “Funere mersit acerbo” e “Pianto antico”, dedicate alla morte del figlio. Con il mutare della realtà storica italiana, a Carducci la monarchia finisce con l’apparire la migliore garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo, di contro al diffondersi del pensiero socialista, cui guarda con diffidenza perché incompatibile con i suoi ideali nazionalistici. La ritrovata fiducia nella monarchia, testimoniata dall’ode dedicata alla Regina Margherita, gli valgono, nel 1890, la nomina a senatore del Regno e la definitiva consacrazione a “poeta vate della nuova Italia”.

Nel 1906 viene insignito – primo italiano – del Premio Nobel per la letteratura “Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica“. Le condizioni di salute non gli consentono di recarsi a Stoccolma per ritirare il premio, che gli viene così consegnato nella sua casa di Bologna.

Il 16 febbraio 1907 Giosuè Carducci muore nella sua casa di Bologna, all’età di 72 anni. I funerali si tengono il 19 febbraio e il Carducci viene seppellito alla Certosa di Bologna. A soli trentacinque anni, Carducci era il professore universitario e il poeta più noto in Italia. Sei le sue raccolte in versi: “Rime”, “Poesie”, “Odi barbare”, “Giambi ed epodi”, “Rime Nuove” (dove si trovano le liriche più intime e più celebri “Il bove”, “San Martino”, “Pianto antico”, “Davanti a San Guido” ecc.) e “Rime e ritmi”.