Sicilia. Autostrada A29 Punta Raisi-Palermo. 23 maggio 1992, tardo pomeriggio. Tre grosse berline blindate si dirigono verso il capoluogo. Ore 17.56: mentre transitano in prossimità dello svincolo di Capaci, una gigantesca esplosione le prende in pieno. Muoiono cinque persone: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, agenti di polizia; i magistrati Francesca Morvillo e suo marito Giovanni Falcone.

Fu un attentato mafioso. Ben quattrocento chili (alcune fonti dicono 500, altre 700) di tritolo vennero impiegati per eliminare il bersaglio, Falcone. Fu soprattutto una vendetta: pochi mesi prima, il 30 gennaio, la Cassazione aveva definitivamente confermato le pesantissime condanne del famoso maxiprocesso, dove venne inflitto l’ergastolo a 19 esponenti di primissimo piano di Cosa nostra, la cosidetta “cupola”; fra loro, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Più di trecento condannati per oltre duemila anni di reclusione.

Giovanni Falcone fu uno dei principali artefici di questo processo. Apparteneva infatti al famoso “pool antimafia” ideato dal giudice Rocco Chinnici (assassinato nel 1983); una squadra di validi magistrati impegnati a tempo pieno esclusivamente nelle indagini sulla mafia. Ne fece parte anche Paolo Borsellino. Falcone aprì un vaso di Pandora raccogliendo le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta; minuziose descrizioni sull’organizzazione e i componenti dei vertici di Cosa nostra. Un’arma estremamente efficace per mirare in alto nelle indagini, cosa che lo Stato non era finora riuscito a fare.

Ma i nemici di Falcone non erano solo dentro le cosche. Erano anche, forse soprattutto, tra i suoi colleghi, a Palermo come a Roma. Osteggiato ovunque, vide sbarrata la strada verso le posizioni chiave nelle strutture del tribunale palermitano e anche per incarichi nel Consiglio superiore della magistratura. Venne chiamato a Roma dal ministro Claudio Martelli a dirigere il dipartimento Affari penali del ministero della Giustizia. Ma nel 1992 Falcone era a tutti gli effetti un uomo solo. Quindi un bersaglio facile.

Uno dei primi effetti della strage di Capaci fu quello di dare una svegliata al mondo politico. Da dieci giorni gli alti papaveri della politica nazionale si stavano baloccando nelle loro alchimie bizantine, incapaci di eleggere il presidente della Repubblica. Per incanto, tre giorni dopo, il 25 maggio, si arrivò al nome definitivo, Oscar Luigi Scalfaro.

Il 19 luglio la strategia stragista della mafia raggiunse il culmine con l’assassinio di Borsellino, a Palermo, in via D’Amelio. Un’autobomba uccise il magistrato e i cinque agenti di scorta.

La vicenda processuale sulla strage di Capaci fu lunga e contraddittoria. La parola fine arrivò nel 2008 quando la Cassazione inflisse 10 ergastoli ai mandanti. Tra loro, oltre a Totò Riina, c’erano Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola. Tra gli esecutori materiali, Giovanni Brusca azionò il telecomando che fece esplodere l’ordigno. Dopo l’arresto diventò collaboratore di giustizia.