È una situazione che rischia di scatenare un grande intoppo tra le maglie della giustizia, quella dei giudici di pace in sciopero. Prende infatti il via da oggi la protesta della categoria contro la riforma della magistratura onoraria, che è stata definita senza mezzi termini “umiliante“.

I giudici di pace incroceranno le braccia per un mese – fino a domenica 11 giugno – e in alcune provincie sono state organizzati anche scioperi della fame a staffetta.

Sono quasi 1300 i magistrati in servizio, che come extrema ratio, oltre a fermare il processo di deposito delle sentenze e di decreti ingiuntivi, potrebbero arrivare alle dimissioni di massa.

A minacciare il passo è l’associazione nazionale della categoria, che spiega come al centro delle loro proteste vi sia l’aumento del carico di lavoro deciso dalla riforma: le quasi 4mila persone incluse, compresi tra giudici onorari di tribunale e vice procuratori onorari, oggi si occupano del 60% dei processi civili e penali di primo grado, cifra che potrebbe salire all’80%.

A ciò si accompagna anche la riduzione degli organici e i tagli alle indennità percepite, fino al 75%. Secondo l’Unione nazionale “nel futuro i giudici di pace dovranno lavorare come schiavi tutti i giorni, non meno di 10-12 ore quotidiane, per percepire emolumenti netti mensili intorno ai 600-700 euro, somme che neppure basterebbero per pagare le bollette e le spese di sopravvivenza”.

Le figure dei giudici di pace sono poi del tutto prive di congedi retribuiti di maternità o per motivi di salute, assicurazione per infortuni sul lavoro e trattamento di fine rapporto.

Con un aumento del carico di lavoro, e la necessità di impegnarsi anche in altre attività, a risentirne potrebbe essere anche la qualità e l’efficienza del sistema giudiziario, come insinua l’associazione di categoria, che ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica affinché intervenga nelle vesti di garante della Costituzione.