Continuano le indagini intorno alla morte di Giulio Regeni, il ricercatore trovato senza vita al Cairo il 3 febbraio dopo essere scomparso più di una settimana prima.

Dopo il tentativo del governo egiziano di attribuire la responsabilità dell’accaduto a una banda di rapinatori di stranieri sgominata dalla forze della polizia, il quotidiano la Repubblica ha riaperto la questione pubblicando il contenuto di una email vergata in arabo e acquisita dalla procura di Roma.

Il mittente sarebbe una persona interna o vicina alla polizia segreta del Paese. La veridicità delle rivelazioni sarebbe garantita dalla dovizia di particolari riguardanti le torture subite da Regeni, che solo qualcuno presente al momento o informato dei fatti potrebbe conoscere così bene.
L’email, che alterna frasi in arabo ad alcune parole in italiano e inglese, è stata finora letta dal pm che si occupa del caso, Sergio Calaiocco, e l’avvocato della famiglia del ragazzo, Alessandra Ballerini.

L’informazione principale contenuta nella mail anonima è una vera e propria accusa diretta che sta causando scompiglio tra l’entourage del Presidente egiziano Abdel Fattah Saeed Hussein Khalil el-Sisi: a dare l’ordine di catturare Giulio Regeni sarebbe stato il generale Khaled Shalabi, a capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza, tra l’altro colui che si sta supervisionando attivamente agli sforzi fatti per la risoluzione del caso.

Shalabi in passato è già stato condannato per torture ed è ricordato dalla nostra stampa anche perché nelle prime ore del ritrovamento del cadavere del ricercatore spinse per le tesi dell’incidente stradale prima e poi dell’omicidio avvenuto in ambienti omosessuali.

Secondo l’anonimo il generale avrebbe fatto controllare l’abitazione di Regeni, il quale sarebbe stato pedinato costantemente, per poi passare alla perquisizione dell’appartamento. Il ragazzo sarebbe stato portato nella caserma di Giza, dove sarebbe stato privato di tutti gli oggetti che aveva con sé e trattenuto per 24 ore, durante le quali sarebbe stato malmenato per la prima volta. Scopo del sequestro sarebbe stata la raccolta di informazioni sulla rete di contatti del ricercatore nell’ambito dei leader sindacali e delle associazioni professionali egiziane.

Portato poi a Nasr Ciry, presso un centro di sicurezza nazionale, su ordine della Ministro dell’Interno e del capo della Sicurezza sarebbe stato torturato in vari modi – percosse, scariche elettriche, privazione di sonno e alimentazione. Al rifiuto di Regeni scatterebbe un nuovo trasferimento, questa volta a opere dei Servizi Segreti militari, i quali aggravano le torture, si parla di violenze sessuali, spegnimento di sigarette sul corpo e waterboarding, fino alla morte del ragazzo.

Il corpo sarebbe stato conservato in una cella frigorifera dopo il decesso, in attesa di capire cosa farne: in una riunione tra Al Sisi e vari membri della sicurezza sarebbe stato disposto l’inscenamento della rapina finita male.

Non si tratterebbe dell’ultima mail dell’anonimo, il quale avrebbe promesso di scrivere ancora al quotidiano per rivelare ulteriori dettagli. Si attendono le reazioni ufficiali dei vertici egiziani, ma persiste il sospetto che anche questa soffiata possa essere una mossa pilotata per dare all’Italia un nome su cui scaricare la responsabilità dell’accaduto.