Giulio Regeni dev’essere rimasto vittima dell’asfissiante sistema di sorveglianza egiziano messo in piedi nel corso degli ultimi due anni dal regime di Abdel Fattah al-Sisi. Gli apparati di sicurezza, chiamiamoli così, possono di fatto tenere sotto controllo non solo Facebook e Twitter ma anche i programmi di messaggistica, WhatsApp e Viber su tutti. Sulle comunicazioni del Paese pesa insomma una sorta di Prism del Cairo architettato sotto il mandato dell’ex ministro dell’interno Mohamed Ibrahim e dell’attuale Mohamed Dawood per intercettare i dissidenti, sabotare le iniziative di massa, dai Fratelli Musulmani precipitati in clandestinità ai sindacati, monitorare gli attivisti dei diritti umani. Il dottorando è finito in quella rete dei vari mukhabarat civili o militari a causa dei suoi movimenti degli ultimi tempi, come l’incontro a cui aveva partecipato l’11 dicembre, e del lavoro accademico che stava svolgendo sulle dinamiche del lavoro e i movimenti sindacali egiziani.

Giulio aveva 28 anni. Sarebbe dovuta bastare la sua morte a sollevarci dai divani e dalle poltrone. Come se non bastasse, secondo le notizie circolate in queste settimane lo studente è stato torturato in modi che si fatica a riportare: sette costole rotte, sevizie elettriche ai genitali, lesioni di ogni tipo, tagli, lividi, abrasioni, emorragia cerebrale. Il ricercatore, uno di quei ragazzi di cui l’Italia avrebbe un bisogno vitale, incastrata com’è nella morsa di chi non studia, non lavora né pensa al futuro, è stato massacrato. In modi e forme così estremi da portare molti osservatori a ritenere che sul suo corpo si sia consumata, e continui a consumarsi, una lotta tutta intestina fra servizi civili, militari, polizia e milizie paramilitari che tengono in ostaggio il Paese. Sostenendo un colpo di Stato che tanto ha tranquillizzato le democrazie occidentali spaventate dall’avanzata dell’Isis. Un martire involontario solo perché voleva osservare, partecipando, ciò di cui avrebbe dovuto scrivere. Le trame interne ai regimi non si dipanano solo con gli attentati ma anche moltiplicando le difficoltà agli occhi del mondo costruendo casi del genere. Costi quel che costi.

Giulio, dicevo, aveva 28 anni. Giulio era uno di noi. Eppure cosa abbiamo fatto, noi coetanei, per lui? Intendo, per chiedere la verità? Per supportare, stavolta che ce ne sarebbe bisogno, la domanda – già strozzata e sfumata – del governo italiano? Niente. Zero. Un’eco senza contenuto. Escluso Fiumicello, il suo paesino d’origine friulano, e un paio di manifestazioni con poche decine di partecipanti a Roma e Milano nei giorni scorsi, il silenzio dei pavidi. Liceali, universitari, italiani fra i venti e i trent’anni e anche di più. Persone per le quali Regeni avrebbe potuto indossare i panni di un fratello, un compagno di studi, un amico incontrato in un’esperienza all’estero, un brillante conoscente con cui condividere una birra e una chiacchierata stimolante e magari non vedersi mai più. Tutti muti. Tutti fermi. O quasi.

Dov’è, insomma, la nuova generazione di italiani? Quella che, prima o poi, dovrà prendere in mano il Paese? Perché non ha alzato la testa e raddrizzato la schiena, scendendo in piazza non solo per manifestare una sacrosanta solidarietà ma anche e soprattutto per assumersi le proprie responsabilità? Eravamo forse tutti su Twitter, a commentare i comici tristi di un Sanremo che non ha trovato neanche trenta secondi per ricordare Giulio o Valeria Solesin? Oppure storditi su Facebook, troppo impegnati a pubblicare l’ennesimo, brutto selfie nella nostra personale gara di trascurabili invidie? Nel migliore dei casi ci eravamo forse pacificati l’anima con un paio di tweet da slacktivisti, gente piccola piccola che s’indigna 15 secondi e poi torna agli affari suoi?

Ogni singola morte, violenta o indiretta, per mano del terrore, della guerra e dell’autoritarismo è un dramma per l’umanità intera. E in questi anni, dall’assedio di Kobane a quello di Aleppo, in Siria, passando per i naufragi in giro per il Mediterraneo – ma anche oltre, nel mondo gli scenari si duplicano e ripetono, dalla minoranza rohingya in Birmania al confine fra Stati Uniti e Messico – abbiamo disimparato non solo a capirli ma anche ad assimilarli sotto il profilo emotivo. Eppure l’inconcepibile fine di Giulio Regeni, che di questo panorama era soggetto attivo, elemento indagatore, punto di rottura di una narrazione a senso unico, avrebbe dovuto obbligare i suoi fratelli e le sue sorelle minori e maggiori a partorire qualcosa di più forte, di più importante, di più solidale. Anzi: a partorire qualcosa, perché nulla è uscito dalle nostre voci. Qualsiasi cosa fosse stata avrebbe avuto il sapore dei valori in cui dovremmo credere.