Hannah Arendt è stata una filosofa, storica e scrittrice tedesca. Nata ad Hannover nel 1906 da una benestante famiglia ebraica, lavorò come giornalista e docente, pubblicando importanti opere di filosofia politica. Ottenuto il diploma di maturità, la Arendt si iscrive all’Università di Marburgo, dove diviene allieva e amante del filosofo Martin Heidegger, destinato a diventare uno dei più importanti dei pensatori del XX secolo. Scoperto il suo legame con il nazismo se ne allontana e si trasferisce a Heidelberg, dove si laurea con una tesi sul concetto di amore in Sant’Agostino, sotto la guida del filosofo Karl Jaspers. Nel 1929 sposa Günther Stern (dal quale divorzierà dopo otto anni) e pubblica la propria tesi. La Arendt aspira all’insegnamento come docente universitario, ma date le sue origini ebraiche il regime nazista non le concede l’autorizzazione. Nel 1933 sconta alcuni mesi di reclusione, quindi fugge in Francia, dove sposa il poeta tedesco Heinrich Blücher. Durante la seconda guerra mondiale e con l’inizio delle deportazioni ebree nei i campi di concentramento, Hannah Arendt è quindi costretta ad emigrare negli Stati Uniti (maggio 1941), dove ha modo di dedicarsi ai sui scritti ed affermarsi come intellettuale e pensatrice politica, nonché come attivista nella comunità ebraica tedesca di New York. Muore il 4 dicembre 1975, all’età di 69 anni, a seguito di un attacco cardiaco. E’ oggi una tra le autrici più conosciute e studiate nella storia della filosofia occidentale.

La sua opera è profondamente legata alla storia del Novecento: i suoi lavori riguardarono  principalmente la natura del potere, la politica, l’autorità e il totalitarismo. “La banalità del male” (1963) è uno dei suoi scritti più importanti, una raccolta dei reportage che la scrittrice pubblicò sul New Yorker durante il processo per crimini contro il popolo ebraico al gerarca nazista Adolf Eichmann. Molto noto è anche il libro “Vita activa. La condizione umana” (1958), nel quale la Arendt descrive le tre imprescindibili condizioni dell’esistenza umana: il lavoro, la fabbricazione e l’agire.

Altre importanti opere di Hannah Arendt sono:

Le origini del totalitarismo” (scritto tra il 1946 e il 1950): un classico della filosofia politica e della politologia del Novecento. Per la Arendt il totalitarismo rappresenta il luogo di cristallizzazione delle contraddizioni dell’epoca moderna e insieme la comparsa in Occidente di un fenomeno radicalmente nuovo. Le categorie tradizionali della politica, del diritto, dell’etica e della filosofia risultano inutilizzabili; quanto avviene nei regimi totalitari non si può descrivere nei termini di semplice oppressione, di tirannide, di illegalità, di immoralità o di nichilismo realizzato, ma richiede una spiegazione ‘innovativa’.

Sulla violenza” (1970):  “La violenza ha sempre svolto un ruolo importante negli affari umani”. In questo breve saggio la Arendt sostiene la sua affermazione analizzando i fatti della storia recente, dal Black Power americano alle manifestazioni studentesche degli anni Sessanta; il rapporto fra violenza, potere, forza e autorità; i limiti della violenza; la differenza tra violenza collettiva e individuale; le sue cause e le sue origini.

Che cos’è la politica?” (1993): una raccolta di frammenti scritti dalla Arendt intorno al tema della politica e all’idea di scrivere un’ “Introduzione alla politica”. I brani in questione, che forniscono indicazioni sulla filosofia politica, sulla visione del mondo e sull’autonomia del pensiero dell’autrice, sono stati ordinati e commentati da Ursula Ludz che li ha raccolti in questo volume.