La Libia è spaccata a metà ed è ormai precipitata in una guerra civile destinata a lasciare il segno anche fuori dai confini nazionali. La situazione nel Paese, che sta moltiplicando le partenze via mare della popolazione, è nel caos politico e militare. Ci sono due Parlamenti, due governi e due primi ministri, quello eletto e quello incaricato filo-islamista. A complicare ulteriormente la situazione è la posizione di almeno due paesi arabi, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, che avrebbero condotto operazioni militari contro la fazione islamista di Misurata. A riportare la notizia sono stati il NY Times e l’agenzia AFP (citando un responsabile americano coperto dall’anonimato, ndr) ma è arrivata immediata la smentita del Cairo, che “denuncia con fermezza ogni tentativo di implicare il Paese negli affari interni della Libia” e bolla come “menzogne” le illazioni su un ruolo egiziano nei raid.

Le indiscrezioni del quotidiano americano sono però dettagliate e le fonti definiscono “controproducente” la presunta iniziativa congiunta dei due alleati: il secondo attacco alle milizie islamiste avrebbe provocato una reazione che ha portato alla conquista l’aeroporto di Tripoli. Lo scalo della capitale è ormai completamente devastato, e tutta la città è ormai controllata dai miliziani. Il Paese è spaccato in tre parti: oltre a Tripoli, Bengasi (foto by InfoPhoto) è in mano al ‘Califfato’ di Ansar al Sharia mentre Tobruk è luogo d’esilio’ del Parlamento eletto due mesi fa. Il vecchio Congresso nazionale, il parlamento decaduto con le elezioni, è dominato dalle forze islamiche e si è riunito a Tripoli eleggendo un suo premier, il professore universitario Omar al-Hassi mentre l’ex assemblea parlamentare non ha mai riconosciuto la nuova, chiamata Camera dei Rappresentanti e dominata dalle forze liberali e federaliste.

Si teme che islamisti chiedano un maggiore coinvolgimento dei loro sponsor, Qatar e Turchia ma che soprattutto diano spazio alle fazioni terroriste come quella di Ansar al Sharia, gruppo para-jihadista e responsabile dell’attacco al consolato americano di Bengasi nel 2012 che costò la vita all’ambasciatore Chris Stevens. Intanto l’Europa con Italia, Francia, Germania e Regno Unito ha condannato l’escalation degli scontri e delle violenze, in particolare contro zone residenziali e strutture pubbliche. Insieme agli USA è arrivato l’invito rilanciare la “transizione democratica” sostenendo che le interferenze esterne aggravano le divisioni attuali.

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