La guerra che vede in prima posizione gli Stati Uniti contro i terroristi islamici dell’Isis cambia fronte. Nelle prime ore del 23 settembre aerei americani hanno attaccato postazioni del califfato in Siria, soprattutto la cittadina di Raqqa, ritenuta una delle roccaforti nemiche. L’operazione è stata condotta con aerei F15, F16, F18, B1 ed elicotteri AV8 Harrier, oltre che con droni. Lanciati anche missili dalle navi schierate nel Golfo Persico. Sono stati impiegati inoltre per la prima volta i nuovi F22 Raptor, aerei invisibili ai radar.

All’attacco hanno partecipato anche le forze aeree di cinque nazioni arabe: Giordania, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Bahrein e Qatar. Il loro appoggio è indispensabile politicamente per Barack Obama, in modo da non far passare l’azione come un attacco unilaterale americano. Infatti c’è sempre all’orizzonte un ulteriore contrasto con la Russia: infatti da Mosca avevano fatto sapere nei giorni scorsi che non avrebbero tollerato un intervento armato in Siria al di fuori di un’autorizzazione da parte dell’Onu. Nessuna nazione europea ha partecipato a questo attacco.

Tuttavia l’intervento in Siria non ha costituito una sorpresa per l’Isis, poiché era nell’aria da parecchi giorni, dopo le azioni in Iraq. Sono infatti stati segnalati diversi spostamenti dei reparti del califfato; in parte hanno lasciato Raqqa, altri hanno nascosto armi ed equipaggiamento in edifici che offrissero maggiore protezione. Nel frattempo, altre truppe dell’Isis hanno preso il controllo di una base dell’esercito in Iraq, catturando parecchi soldati.

Foto: The National Guard via photopin cc