Probabilmente i piani dell’attentatore non si sono realizzati del tutto. Infatti un portavoce del governo ha dichiarato che una seconda bomba, inesplosa, è stata trovata nell’autobus sul quale un primo ordigno è stato fatto esplodere il 21 novembre, verso mezzogiorno, a Tel Aviv, vicino al quartier generale dell’esercito. Secondo i soccorritori, 3 passeggeri hanno riportato ferite gravi, altri 15 ferite leggere. Non ci sono morti.

Nei primi minuti successivi all’esplosione si erano levate voci di un attacco suicida, ma si sono velocemente dissipate. Due testimoni oculari, intervistati da una radio israeliana, hanno raccontato di aver visto un uomo gettare una borsa nell’autobus e scappare subito dopo l’esplosione. Un sospettato è stato arrestato dalla polizia.

Hamas ha commentato entusiasticamente l’attentato in una dichiarazione ufficiale, sebbene non ne abbia rivendicato la responsabilità.

Nella notte Hamas ha lanciato 29 razzi da Gaza verso Israele; di questi, 12 sono stati intercettati dal sistema di protezione Iron Dome. L’aviazione israeliana ha bombardato diverse basi di Hamas.

L’attività diplomatica internazionale si fa frenetica, ma per ora non ha ottenuto risultati concreti. L’intermediazione del presidente egiziano  Mohammed Morsi per ora non sembra andare oltre una propaganda per se stesso. Hillary Clinton, segretario di Stato degli Usa (prossima a terminare l’incarico) ha incontrato a Ramallah il presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas. Poi ha visto a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Nethanyau. La Clinton (che deve incontrare anche Morsi) ha trasmesso il messaggio di Barack Obama per “Un serio impegno, solido come una roccia e senza esitazioni, per la sicurezza di Israele”. Nethanyau ha dichiarato di “Preferire una soluzione diplomatica per una soluzione duratura al problema, se ne esiste la possibilità”, ma anche che “Israele dovrà prendere tutte le misure necessarie per difendere la propria popolazione”.

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