Salta la tregua nella Striscia di Gaza, prevista per ieri sera, e s’intensificano i lanci di razzi su Israele e i raid su Gaza. Mentre Hilary Clinton, arrivata a Gerusalemme, incontrava il premier israeliano Netanyahu, i raid israeliani nelle scorse ore colpivano il Sud della striscia, dove ci sono i gasdotti e i tunnel usati da Hamas. E poco prima un’intensa batteria di razzi veniva lanciata dai miliziani palestinesi sulle città israeliane.

Ma la diplomazia sta lavorando intensamente: al centro di tutto ci sono gli sforzi dell’Egitto; il ruolo di mediatore del presidente Morsi è stato riconosciuto non solo da Hamas, ma anche da Israele. Hilary Clinton ha ringraziato ufficialmente il capo di stato egiziano per il suo impegno e quest’ultimo, non un qualsiasi portavoce, ha annunciato di aspettarsi che Israele cessi di bombardare Gaza grazie ai risultati della sua mediazione: “La tregua è imminente” aveva detto ieri sera Mohamed Morsi. Ma qualcosa è andato storto.

Intanto Hamas insiste che la tregua è vicina; tregua posticipata a questa mattina. Israele invece frena, vuole avere garanzie precise di non essere più obiettivo di lanci di razzi dei miliziani da Gaza. A quanto pare, anche a Gerusalemme si pensa ad una soluzione diplomatica. In pochi sembrano avere il coraggio di dare l’ok ad una invasione via terra nella striscia, che avrebbe costi umani altissimi.

L’Egitto dovrà assicurare che Hamas non tornerà ad armarsi tramite l’Iran di ordigni e missili sofisticati. Dovrà controllare il suo confine con Gaza ed essere in qualche modo il garante del futuro accordo. Israele dovrà concedere più libertà di movimento ai palestinesi. Basteranno queste condizioni a far cessare le armi? Stati Uniti, Egitto, Nazioni Unite ed Europa sono al lavoro e l’impressione è che dietro la questione Gaza si celi la più grande e pericolosa minaccia iraniana, come se i tentativi di guerra e di pace di questi giorni, le prove di affidabilità alle quali è sottoposto il nuovo Egitto dei fratelli musulmani, non siano altro che un preludio, una specie di test, per la prossima probabile crisi internazionale, quella tra Israele e Teheran.

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