Doveva farsi saltare in aria quando aveva 12 anni. Un bambino kamikaze, e lui aveva accettato, perché “non avevo più una casa, una famiglia, non avevo più nessuno. Ero senza scelta“. Lo portarono ad Herat – siamo nella parte occidentale dell’Afghanistan occidentale. Nemmeno lui sa bene dove perché lo avevano portato sul posto bendato con una cintura esplosiva e i fili ben nascosti sotto i vestiti. Non ce l’ha fatta a schiacciare il pulsante e per questo lo hanno picchiato a lungo e gli hanno bruciato il braccio destro.

Per sua fortuna Hilal – che adesso di anni ne ha ventidue – è riuscito a scappare senza sapere dove sarebbe andato a finire. Lo ha salvato un uomo che non gli ha mai detto il suo nome e che lo curato fino a permettergli di scappare dall’inferno afgano. Ci sono voluti quasi due anni, ma alla fine è riuscito a infilarsi sotto un Tir in Grecia e ad arrivare in Italia. Come tutti i migranti minorenni senza famiglia gli hanno preso le impronte e poi è finito in una casa-famiglia – che si chiama “L’Approdo“. In questa struttura che può ospitare fino a otto minori, come racconto Vittorio Berliri – è il fondatore della cooperativa Spes contra spem che gestisce il centro “abbiamo lavorato per ricucire le sue ferite. Oltre alle bruciature esterne c’erano quelle interne su cui dovevamo intervenire: gli abbiamo fatto capire che il mondo degli adulti non è solo quello che ti fa indossare una cintura da kamikaze“.

Hilal ha richiesto asilo e gli hanno anche insegnato un mestiere. Grazie all’associazione Luconlus ha potuto frequentare un corso di pasticceria che gli garantiva anche tre mesi di stage in una bottega. L’ex-bambino kamikaze ha scoperto così di avere talento per i dolci ed alla fine del periodo di prova il titolare della pasticceria ha deciso di dargli un lavoro a tempo indeterminato. Lui ora vuole “partecipare alle gare con i grandi pasticcieri e diventare un campione“.