Ormai possiamo dirlo ad alta voce: il 2014 è alle porte e il 2013 è agli sgoccioli. Finalmente oserei dire.

Non so voi, ma l’anno appena trascorso, l’ho trovato vagamente esasperante, come un film durato troppo. Un anno, senza dubbio, contrassegnato da parole chiave come:

- ecumenico, perché Francesco ha conquistato tutto il pianeta a passo di tango;

- cinofilo, perché oltre ad avere una quantità di bestie strane al governo cani e gatti hanno definitivamente invaso Facebook;

- indifferente e anestetizzato.

Ai posteri il seguente pensiero che ben riassume l’umano stato d’animo: il 2013, anno del “like dato a caso a cause umanitarie di cui non importa molto a nessuno”. Il tutto accompagnato da un clima generale teso, da un’incertezza sociale palpabile e da una “fifa nera” che ci ha costantemente accompagnati in giro per il mondo, tenendoci gelidamente per mano e fiatandoci sul collo.

Il 2013 è quasi finito, il 2014 non sembra lasciarci presagire qualcosa di meglio. Effettivamente dalle anteprime sembra un sequel scritto male del 2013. Arrivati a pochi giorni dalla fine di questo ciclo (ma si, suvvia, trecentosessantacinque giorni di routine stopposa, siamo legittimati a considerarli un “ciclo vitale” o “svitale”, perché no. Concediamoci un po’ di poesia) possiamo tirare le somme.

Fare i conti con la nostra coscienza non ci farà male, mettere nero su bianco piccole soddisfazioni, grandi delusioni e decidere se per l’anno prossimo abbiamo ancora intenzione di includere nelle nostre vite vecchi mentecatti, nuovi approfittatori ed evidenti malinconiche compagnie.

Possiamo analizzare con calma i nostri crampi allo stomaco, uno per uno e decidere se vogliamo iniziare, di colpo, a volerci bene tagliando via, con un colpo netto, quelle appendici mollicci e quelle mele marce che non fanno altro che avvelenare intere giornate, nottate e momenti che vorremmo dedicare solo a noi stessi e che col pensiero finiamo sempre col dedicare ad altri; al peggio degli altri.

Alla fine di questo carnevale suddiviso per stagioni ed ovvietà, possiamo guardare chi ci sta accanto e decidere quanto rendere l’anno che verrà uguale a quello che stiamo per lasciarci alle spalle. Le abitudini che si ripetono all’infinito sono confortanti, ma sentire continuamente la stessa musica di sottofondo inibisce e rincoglionisce anche i migliori di noi.

Ma questa è solo retorica, solo parole buttate qui, per riempire la pagina di una rubrica scostante, gestita da una “penna” annoiata, nevrotica e anaffettiva. Non sono sicuramente la persona più indicata a condividere col mondo incredibili riflessioni sul “cambiamento”.

Il passaggio da un anno all’altro, se vissuto come il buon senso richiede, necessita di troppo coraggio. Un coraggio che manca a molti e che ci rende fragili e monotoni perfino ai nostri stessi occhi: cambiare gli ingredienti della nostra vita, tenendoci le solite confetture e le sempre uguali zucchine dell’orto, è un gesto estremo e per pochi. Disgraziatamente, come molti, sono vent’anni che ordino pizza margherita acqua naturale. E caffè macchiato con zucchero di canna. E scelgo con cura solo chi può rendere la mia vita una sicura e certa amarezza.

Le risposte a tutto, nel 2013, arrivano dal web, così come le giuste considerazioni: “In Italia l’aria di cambiamento porta sola a una cosa: montare in casa le doppie finestre pur di non farlo entrare“. Nel 2013 si cita Dio, convinti che non sia altro che un account Twitter di un personaggio brillantissimo.

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