Pubblicata nel 1947, Il sentiero dei nidi di ragno è la prima opera di Italo Calvino. Il romanzo, caposaldo della letteratura neorealista, è ambientato in Liguria, all’epoca della seconda guerra mondiale e della Resistenza partigiana. In un’intervista  rilasciata al Messaggero nel febbraio del 1982, lo stesso Calvino racconterà come l’opera sia stata scritto di getto, in pochissimo tempo: scrivere “il romanzo della Resistenza” si poneva come un imperativo, racconta Calvino. “ I ‘gap’ di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni…” un romanzo che raccontasse con vivo realismo la Resistenza dell’autore e dei suoi compagni partigiani liguri. Questo il sentimento che ha ispirato ‘Il sentiero dei nidi di ragno’, scritto, su stessa ammissione dell’autore, sulla scia di quel desiderio di dare ai grandi avvenimenti storici che aveva vissuto una adeguata riflessione culturale e letteraria, aderendo al nascente neorealismo.

Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio… Mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti cosi accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici cosi effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere…”scrisse Calvino nella prefazione al romanzo.

Sebbene dunque le avventure vissute durante la resistenza siano il corpo portante del romanzo, protagonista della storia non è tuttavia un partigiano, bensì Pin, bambino orfano ed emarginato,  attraverso i cui occhi vengono narrati gli eventi. Pin è un ragazzino che vive a cavallo tra due mondi: troppo “adulto” per essere integrato tra i suoi coetanei, troppo giovane per essere preso in considerazione dagli adulti. In apertura l’autore lo ritrae come un ragazzino scanzonato, ma nel corso del romanzo vivrà una serie di esperienze che lo faranno maturare. Sarà spettatore della morte di compagni, del tradimento e dell’egoismo umano; sperimenterà la gioia di aver vinto il nemico e scoprirà che spesso la crudeltà umana supera gli affetti. La vicenda si conclude quindi con il ritorno di Pin al sentiero dei nidi di ragno in  compagnia di Cugino, il Grande Amico da tempo cercato.

Solo a posteriori Calvino riuscirà ad interpretare la scelta di raccontare le vicende dal punto di vista di un bambino. Il rapporto tra il personaggio Pin e la guerra partigiana corrispondeva infatti simbolicamente al rapporto che con la guerra si era trovato ad avere lo stesso Calvino: “…La spregiudicatezza di Pin, per via della tanto vantata sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire complice e quasi superiore verso ogni ‘fuori-legge’, corrisponde al modo ‘intellettual’ d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni… Così, data questa chiave di trasposizioni – ma fu solo una chiave a posteriori, sia ben chiaro, che mi servì in seguito a spiegarmi cos’avevo scritto – la storia in cui il mio punto di vista personale era bandito ritornava ad essere la mia storia…” ha spiegato l’autore.