La giornata di martedì 27 novembre a Taranto vede la protesta disperata dei lavoratori dell’Ilva. Lunedì l’azienda ha deciso di chiudere lo stabilimento pugliese e, probabilmente, in seguito farà lo stesso con gli altri impianti italiani. E’ la reazione dopo i sette arresti disposti dalla magistratura, la maggior parte dei quali nei confronti dei massimi dirigenti ed ex dirigenti dell’acciaieria. I sindacati hanno quindi deciso di occupare l’azienda con un presidio permanente. E’ stato anche proclamato uno sciopero.

Il dramma della situazione, in cui contrastano la necessità di fermare il grave inquinamento dell’area e l’esigenza di non lasciare senza lavoro circa 25mila persone (sommando dipendenti di tutte le sedi Ilva e relativo indotto, calcoli di Confindustria), diventa anche un conflitto istituzionale. Da una parte il governo ha rilasciato il 26 ottobre all’Ilva una nuova “Aia”, autorizzazione integrata ambientale, cioè autorizza il funzionamento dell’impianto a condizione che venga rispettato un dettagliato programma d’interventi di bonifica, elaborato dal ministero e sottoscritto dall’azienda; dall’altra c’è la magistratura che ha posto sotto sequestro buona parte della fabbrica e dei prodotti.

Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, è combattivo, secondo quanto ha dichiarato al quotidiano La Stampa: “Chi oggi si assume la responsabilità di chiudere l’Ilva a fronte dell’autorizzazione integrata ambientale che abbiamo rilasciato si assume la responsabilità di un rischio ambientale che potrebbe durare anni e potrebbe non essere risanabile nel breve periodo”. Il ministro ha poi proseguito: “Stiamo facendo accertamenti. Vogliamo sapere se in queste condizioni nuove è possibile per l’Ilva realizzare gli interventi e gli investimenti necessari per rispettare l’Aia o no. In caso di no dobbiamo prendere provvedimenti per far rispettare la legge“.

Tutti gli sguardi ora sono puntati su Mario Monti. Il governo ha convocato le parti sociali per giovedì 29 novembre alle 15. Non si esclude un decreto legge.

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