28 operai dello stabilimento Ilva di Taranto morirono per un tumore collegato alle fibre dell’amianto, il mesotelioma pleurico. Il Tribunale della città pugliese ha riconosciuto, nella sentenza del 23 aprile 2014, che questi decessi sono collegati all’attività lavorativa di quelle persone, cioè l’esposizione negli anni alle sostanze cancerogene.

Dopo un processo durato due anni, il giudice della seconda sezione penale Simone Orazio ha inflitto condanne a 27 ex dirigenti dell’azienda, facenti parte sia della gestione del gruppo pubblico Italsider che di quella privata del gruppo Riva (che comprò l’acciaieria nel 1995). La corte ha emesso pene tra i 4 e i 9 anni e mezzo di reclusione, per un totale di 189 anni di carcere. Le imputazioni sono disastro ambientale e omicidio colposo.

La pena più alta è andata a Sergio Noce, manager durante l’era pubblica: 9 anni e mezzo. Ad Attilio Angelini sono stati inflitti 9 anni e 2 mesi, a Giovanbattista Spallanzani 9 anni. Pietro Nardi e Giorgio Zappa sono stati condannati ad 8 anni e mezzo. Fabio Riva e Luigi Capogrosso hanno ricevuto una condanna a 6 anni. Era imputato anche Emilio Riva, morto il 30 aprile.

Il giudice ha accertato che l’amianto fu usato in modo massiccio durante tutti quegli anni, e ancora oggi si trova in alcuni impianti dello stabilimento di Taranto, il complesso siderurgico più grande d’Europa (foto by InfoPhoto). La corte ha stabilito che gli operai non furono informati sui rischi legati all’amianto e non ricevettero sufficienti visite mediche o tutele per la loro salute.