Sulle coste italiane si susseguono gli sbarchi dei profughi in fuga dalla Libia.  Il Canale di Sicilia è sempre più teatro di tragedie e orrori che si consumano sui barconi. Dell’emergenza immigrazione ha parlato nelle scorse ore Natasha Bertaud, portavoce del Commissario agli Affari Interni e all’Immigrazione dell’Unione Europea.

Bertaud ha lanciato un appello ai governi europei, spiegando che la Commissione Europea non ha né i mezzi né l’appoggio necessari a intervenire in maniera incisiva:

La situazione nel Mediterraneo è grave e peggiorerà nelle prossime settimane e mesi, ha avvertito Natasha Bertaud. Dobbiamo essere franchi, non abbiamo la bacchetta magica perché non abbiamo i fondi né il sostegno politico per lanciare operazioni europee di salvataggio.

Poche parole che suonano da monito ai leader dei governi europei, chiamati ad agire senza riporre eccessive aspettative negli interventi dell’UE, più volte invocati anche dall’Italia per far fronte all’emergenza immigrazione.

La portavoce di Dimitri Avramopoulos ha poi ricordato che gli aiuti chiesti dal nostro Paese sono giunti puntuali, pur sottolineando che non bastano a coprire tutte le spese:

L’operazione Triton di Frontex è la risposta a quello che l’Italia ha chiesto ma è anche un’operazione che può solo dare assistenza perché ha un budget annuale di 19 milioni di euro, che non è sufficiente.

Di fronte ai continui sbarchi sulle coste italiane e alle nuove ondate di viaggi della speranza attese nei mesi estivi, quando il mare sarà più calmo e le traversate più agevoli, è ormai evidente che occorrono interventi su larga scala basati non solo sulla gestione dell’emergenza immigrazione ma su una sua risoluzione. L’Unione Europea sta lavorando a una nuova strategia per la gestione dei flussi migratori che punta sulla cooperazione con i Paesi africani e asiatici. Il piano dovrebbe essere pronto per maggio. Ad anticiparne la linea è Margaritis Schinas, portavoce dell’esecutivo comunitario:

L’emergenza immigrazione è la priorità delle priorità. Agiremo perché la grandezza del fenomeno è tale che non può attendere. Ma il solo modo per cambiare la situazione è cambiarla alla fonte, ovvero in Libia, Siria e Iraq.