In Italia tutto fermo sul fronte immigrazione: dopo il vertice dell’Unione Europea di ieri che non è riuscito a raggiungere alcun risultato il Ministero dell’Interno gestito da Angelino Alfano ha deciso di non aprire gli hotspot – ovvero i centri per l’identificazione e il fotosegnalamento – che la UE aveva chiesto con insistenza al nostro Paese e alla Grecia.

Il 16 settembre era infatti la data entro la quale sarebbe dovuto diventare operativo il sistema di registrazione e raccolta delle impronte digitali dei profughi, ma l’Italia non ritiene corretto iniziare le operazioni prima che alcuni aspetti vengano definiti dai membri dell’Unione Europea.

Nello specifico Palazzo Chigi sta attendendo che venga finalmente messo in atto il piano di redistribuzione dei 24mila migranti già approvato in passato, così come quello ancora più ampio che dovrebbe coinvolgere altre 120mila persone.

A incalzare sull’attivazione degli hotspot c’è invece Angela Merkel, che vorrebbe un immediato censimento degli stranieri arrivati in Europa; si dovrà attendere almeno il nuovo vertice dei ministri dell’Interno europei fissato per il 22 settembre, che avrà come scopo il raggiungimento di un accordo definitivo in merito alla crisi migratoria.

In attesa che norme, regolamenti e cifre vengano fissate di comune accordo l’Italia ha deciso di incrociare la braccia. Bloccata dunque l’apertura del primo hotspot previsto a Lampedusa, anche su ordine diretto di Matteo Renzi: in questi centri, che per Alfano potranno entrare in funzione almeno tra due mesi, le autorità italiane coadiuvate da funzionari europei facenti parte di Frontex, Easo ed Europol avrebbero dovuto distinguere i migranti che hanno diritto d’asilo da quelli destinati al rimpatrio.

La polizia sta invece pensando di rafforzare i Cie, i tanto contestati Centri di identificazione ed espulsione che molte polemiche hanno generato in questi anni. Tra i centri identificati come potenziali hotspot ci sono quelli di Lampedusa, Trapani, Taranto, Augusta, Porto Empedocle, Pozzallo e Mineo.

A preoccupare ulteriormente l’Italia c’è poi la possibilità che i profughi respinti dall’Ungheria possano decidere di dirigersi alla volta del nostro Paese in cerca di ospitalità: un’eventualità per cui non ci sarebbero le strutture adatte.