Il parlamento ungherese ha approvato una nuova legislazione riguardo al tema dell’immigrazione che prevede regole più stringenti per i richiedenti asilo e sopratutto la costruzione di un muro al confine con la Serbia per mettere fine al flusso migratorio indesiderato.

Non si tratterebbe in realtà di una nuova legge ma di una modifica alle norme già esistenti: una misura giudicata necessaria dall’Ungheria dopo che il Paese quest’anno ha raggiunto la cifra record di 67mila migranti accolti.

Le modifiche prevedono dunque la detenzione dei migranti in centri temporanei, la velocizzazione della valutazione delle richieste di asilo e la limitazione della possibilità di appello. Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijarto, ha affermato che il muro, alto 4 metri, lungo 175 km e che costerà circa 20 milioni di euro, “non è una misura contro la Serbia”, ma servirà semplicemente come strumento per alleviare la pressione dell’immigrazione sulla nazione.

Il Primo Ministro Viktor Orban, cui la nuova legislazione permetterà di spedire indietro i migranti senza documenti provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq e che sono passati per nazioni “sicure” (tali sono giudicate Serbia, Macedonia, Bulgaria e Greece), ha aspramente criticato il sistema di quote proposte dall’Unione Europea che avrebbe richiesto all’Ungheria di accogliere altri 40mila profughi.

I media locali hanno affermato che la posizione presa dal governo potrebbe essere una mossa politica per sottrarre sostenitori al movimento di destra xenofoba Jabbik a favore dell’Unione Civica Ungherese di Orban.

Chiaramente l’Onu non si è detta favorevole all’operazione anti-immigrazione, e anche Amnesty International ha voluto ricordare i risultati di un suo report sul fenomeno migratorio nell’area. “Nel 2014 oltre la metà dei rifugiati e migranti che avevano attraversato il confine con l’Ungheria dalla Serbia ha percorso la rotta dei Balcani occidentali dalla Grecia, la maggior parte attraverso l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia”.

Un percorso definito meno pericoloso rispetto a quello del Mar Mediterraneo, che ha reso Serbia e Macedonia due Paesi che hanno dovuto accogliere “profughi e migranti che in Europa nessuno sembra voler ricevere”.