Con una schiacciante maggioranza (208-14 e due astenuti), il Senato ha approvato il ddl istitutivo della “Giornata dell’Unità, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, che si festeggerà ogni 17 marzo, e il collaterale obbligo di insegnamento dell’Inno di Mameli a scuola. L’obiettivo della legge, com’è facile intuire, è quello di consolidare la conoscenza della storia del Risorgimento e dell’unificazione del paese, ma l’unico risultato che ha ottenuto è quello di far passare la Lega Nord, che ha definito il provvedimento “retorico e antistorico”, dalla parte della ragione (e non è un’impresa semplice).

A prescindere dal fatto che Fratelli d’Italia non è l’Inno ufficiale della Repubblica Italiana – servirebbe una modifica dell’art. 12 della Costituzione che, nonostante i numerosi tentativi, non è mai arrivata – è lecito chiedersi se è giusto esultare per l’introduzione di un principio ottocentesco, quello dell’ossequio verso la Patria, quando il calendario dice “novembre 2012”. Il mondo si decentralizza, noi torniamo alla mitologia del Piave.

Eppure, l’evidente anacronismo non è il lato peggiore di questo patetico tentativo di risvegliare (chissà perché) il dubbio senso di orgoglio italico. Quale che sia l’argomento, l’indottrinamento dei bambini è il più odioso di tutti gli svariati mezzi di propaganda inventati dall’uomo, nonché uno dei più efficaci, perché è indirizzato contro chi non può ancora aver sviluppato adeguati meccanismi di difesa. Ogni religione del mondo lo sa: i bambini, per loro natura, non hanno una mente critica e sono portati a credere a tutto ciò che proviene dall’autorità. E, una volta adulti, non c’è cosa più difficile che mettere in discussione, razionalmente ed emotivamente, ciò che molti anni prima ti è stato passato per vero e garantito.

Ecco perché c’è da preoccuparsi, quando un governo inizia a mettere il becco nei programmi scolastici.