Arriva oggi dalla Cassazione una sentenza sulle intercettazioni destinata a fare discutere: secondo quanto stabilito l’utilizzo di virus spia – i cosiddetti Trojan horse, cavalli di Troia – verrà consentito anche per quanto riguarda le private dimore, ma solo se si tratta di casa di mafia o terrorismo.

Viene dunque accolta la tesi dei Procuratori Generali Nello Rossi e Antonio Balsamo, i quali avevano indicato come molto probabile la proliferazione di intercettazioni al di fuori dei limiti consentiti dalle norme giuridiche in vigore, nonché impresentabili per uno Stato di diritto che voglia ritenersi tale.

L’installazione di virus trojan in apparecchio elettronici e smartphone consente a chi lo ha impiantato di registrare tutto le azioni che il device e poi di inviarle a un indirizzo di posta elettronica prescelto: in questo modo si può controllare qualunque cosa avvenga sul dispositivo e con certi limiti si è anche in grado di prendere in mano il controllo dei software senza che l’utilizzatore se ne accorga.

La Cassazione doveva però rispondere a una domanda ben precisa concernente le intercettazioni che sarebbero andate a violare la privacy di terze persone non coinvolte direttamente dalle indagini (in privata dimora, per l’appunto). La sentenza ha dunque decretato che ciò è possibile ma solo per quanto riguarda le tipologie di reato specificate, ovvero la criminalità organizzata anche di tipo terroristico.

Nel frattempo è attesa una legge specifica presentata da Stefano Quintarelli, deputato del gruppo Misto e professore proprio di sicurezza informatica. Nel progetto di legge che dovrà essere discusso in Parlamento se delineeranno anche diritti e doveri delle ditte specializzate che dovranno occuparsi in prima persona delle intercettazioni su disposizione delle procure, delimitandone il campo d’azione e gli strumenti da utilizzare.