La tv di Stato dell’Iran ha confermato che Jason Rezaian, giornalista americano del Washington Post che si trova in carcere da più di un anno a Teheran con l’accusa di spionaggio, è stato condannato ufficialmente.

Al momento non sono stati dettagli riguardo all’entità della pena, come confermato dal portavoce giudiziario Gholamhoseyn Mohseni-Ezhei, il quale ha precisato che il verdetto può essere sottoposto ad appello. La corte resterà in attesa per venti giorni, periodo durante il quale l’avvocato di Rezaian potrà presentare la richiesta d’appello.

Lo sviluppo giudiziario della vicenda resta avvolto dal dubbio, come ha confermato Douglas Jehl, editor della sezione esteri del Washington Post, il quale ha dichiarato molto vaga la sentenza: “Il verdetto non è finale ed è soggetto ad appello. In realtà è tutto ciò che sappiamo e sfortunatamente ciò riflette il persistente intreccio di mistero, opacità nel quale l’Iran ha voluto circondare questo caso. L’unica cosa di cui siamo certi sin dall’inizio è che Jason è innocente. Tutto il resto è avvolto nell’oscurità”.

Jehl ha quindi dichiarato ad Al Jazeera che l’intero processo sarebbe solo una farsa diretta dalle autorità politiche e non giudiziarie: “Abbiamo già sentito il Presidente Rouhani affermare che l’Iran si affretterà per arrivare a una conclusione del caso se gli Stati Uniti sono intenzionati a fare qualcosa in cambio”.

Dopo l’accordo sul nucleare gli Stati Uniti si sarebbero aspettati un differente esito del processo, sopratutto dopo che il Presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani si era dichiarato propenso a uno scambio di prigionieri.

Secondo alcune fonti Rezaian rischierebbe dai 10 ai 20 anni di carcere. Il giornalista, che a luglio del 2014 era stato arrestato insieme alla moglie, anch’ella reporter, e a due fotografi, è stato l’unico del gruppo a non essere stato rilasciato.

Le accuse ufficiali per le quali Rezaian sarebbe stato condannato sono di spionaggio e distribuzione di materiale propagandistico contro la Repubblica Islamica: il giornalista, che ha il doppio passaporto iraniano-americano, è già stato protagonista di quattro udienze a porte chiuse, l’ultima delle quali si è tenuta ad agosto.