Una scia di sangue. Stavolta in Iraq, a Baghdad, con due attentati nel giro di poche ore: nello specifico, un’autobomba sarebbe esplosa nel quartiere di Karada, in una zona frequentata da giovani e famiglie, provocando la morte di 83 persone e ferendone 160. La maggior parte sarebbero bambini e ragazzi. Subito dopo, stando alle prime informazioni trapelate, una seconda esplosione nella parte orientale della città. I miliziani del Califfato hanno già rivendicato l’attentato di Karada attraverso un comunicato diramato sui social network: attacco che era mirato agli sciiti. Già stanotte si sospettava della mano dell’Isis visto che - negli ultimi anni  - i combattenti del Califfato hanno colpito più volte civili iracheni.

Lo Stato islamico, infatti, ancora oggi controlla Mosul, una delle più grandi città dell’Iraq. Le forze irachene, invece, hanno dichiarato Fallujah “città completamente liberata” dall’Isis (prima era considerata la roccaforte dei sunniti e del Califfato stesso) e si sono ripresi persino Ramadi e le città di Hit e Rutba, in Anbar.

Una scia di sangue: dal Bangladesh all’Iraq

Una notizia terribile che arriva all’indomani dall’attentato in Bangladesh, in un ristorante di Dacca, dove sono morti anche 9 italiani, come confermato poche ore dalla Farnesina. Una carneficina che ha portato al decesso di giapponesi, americani e italiani. Un attentato rivendicato dall’Isis e compiuto da un commando di 8-9 terroristi, tutti giovanissimi che prima hanno preso in ostaggio alcuni clienti del ristorante e poi li hanno uccisi barbaramente. Senza pietà. Ad essere “risparmiati” soltanto coloro che sapevano recitare i versi del Corano. Una fine atroce.