36 jihadisti ritenuti colpevoli del massacro di soldati compiuto dall’Isis presso la base militare di Camp Speicher, sita nelle vicinanze di Tikrit, in Iraq sono stati oggi impiccati.

Stando alle testimonianze ufficiali delle autorità nella strage del 2014 avvenuta nella base a nord di Baghdad sarebbero state uccise oltre 1500 persone, per la maggior parte soldati dell’esercito iracheno.

L’aprile del 2015 aveva segnata la macabra scoperta delle innumerevoli fosse comuni ritrovate nella città liberata dalle forze dell’Isis: alcune di queste si trovavano nel palazzo di Saddam Hussein. Il nipote di questi, Ibrahim Sabawi Hassan, era stato ucciso proprio a Tikrit dopo essere divenuto comandante dello Stato Islamico.

La condanna e l’esecuzione dei 36 terroristi sono state sollecitate anche dal recente attentato esplosivo avvenuto a Baghdad, nel quale sono morte 300 persone: il primo ministro Haider al-Abadi in quel frangente dichiarò di voler eseguire la pena al più presto.

Decine di parenti delle vittime erano presenti alle esecuzioni, che sono state salutate da alte grida. Il processo è stato però criticato da alcune associazioni per i diritti umani quali Amnesty International, in quanto non avrebbe raggiunto gli standard minimi di correttezza giuridica. È stato infatti lamentato l’uso della tortura per ottenere confessioni legalmente irrilevanti. Amnesty riporta che solo nel 2016 le esecuzioni avrebbero già superato il centinaio.

Il massacro di Camp Speicher è stato considerato come uno dei peggiori crimini nella storia dell’Isis, ma ha anche giocato un ruolo chiave nell’arruolamento volontario di una massiccia quantità di cittadini sciiti iracheni intenzionati a combattere i jihadisti responsabili.