I miliziani dell’Isis di stanza a Mosul hanno giustiziato pubblicamente 19 donne bruciandole vive dopo averle rinchiuse in alcune gabbie di ferro. A motivare l’esecuzione ci sarebbe stato il loro rifiuto a concedersi sessualmente ai combattenti, come ha riportato l’agenzia curda ARA.

Come riportano i testimoni oculari dell’accaduto nessuno è riuscito a impedire il massacro. Sono migliaia le donne di confessione Yazida che sono tenute prigioniere da quando l’Isis ha conquistato la vicina Sinjar nell’agosto del 2014. I jihadisti hanno ridotto in schiavitù oltre 3mila donne yazide e altre migliaia ancora sono nelle mani dei terroristi tra l’Iraq e la Siria.

Human Rights Watch ha lanciato un appello per la liberazione di queste donne, affermando che “molti degli abusi, incluse la tortura, la schiavitù sessuale e la prigionia arbitraria, sarebbero considerati crimini di guerra se commesso nel contesto di un conflitto armato, o crimini contro l’umanità se fossero parte di una strategia dell’Isis durante un attacco sistematico contro la popolazione civile. Gli abusi contro le donne Yazidi possono essere considerati parte di un genocidio contro l’intero popolo”.

Lo scorso 24 marzo l’esercito iracheno, supportato dai bombardamenti della coalizione guidata dagli USA, che comprende anche le forze dei Peshmerga curdi, ha dato il via una offensiva a lungo attesa che ha come scopo proprio la riconquista di Mosul.

Le forze governative nel frattempo sono impegnate anche in un lungo e faticoso assedio alla città di Falluja, nella quale i soldati iracheni stanno cercando di penetrare da alcuni giorni.