A lanciare l’allarme è stato Hassan Al-Daajah, esperto di sicurezza web: su internet ci sarebbero circa 46mila siti che appoggiano e supportano l’Isis.

Discutendo della propaganda pro terrorismo in un’intervista al quotidiano Al-Watan, Al-Daajah ha affermato che quello online è un ottimo strumento per la propaganda di Daesh (termine arabo utilizzato per designare il gruppo dello Stato islamico), in quanto “lontano dal controllo fisico, dalla supervisione delle autorità e da qualunque tipo di restrizioni”.

Il discorso si è poi spostato sulla realtà dell’Arabia Saudita, dove sono 17 milioni i cittadini che hanno accesso a internet e sono dunque esposti ai rischi potenziali della propaganda dell’Isis grazie a messaggi “emozionali e appassionati”, nei quali si cerca di “ridicolizzare e falsificare le idee degli imam moderati distorcendole”.

Altra pratica di questi siti, facilmente accessibili a tutti i membri della società saudita, è lo sfruttamento di eventi internazionali che riguardano i mussulmani, collegati arbitrariamente alla decisioni dei governi arabi e islamici: “I terroristi presentano questi governi come marionette dell’Occidente, per convincere i giovani musulmani che tutti i disastri di cui sono vittima i loro fratelli sono causati dai politici”.

In Arabia Saudita la legge per i crimini mediatici, e quindi non solo la propaganda pro Isis, prevede 10 anni di carcere, una multa da 5 milioni di ryal o entrambe le pene. Nel novero di questo crimine sono inclusi i siti web a carattere terroristico, la facilitazione di comunicazioni o incontri con i leader di tale organizzazioni, la diffusione delle loro idee e qualunque tipo di aiuto. In Italia a febbraio era stato approvato il decreto antiterrorismo che include anche tutte le misure da utilizzare per contrastare il fenomeno su lidi virtuali.

Lo scorso aprile anche il gruppo di cyber-attivisti di Anonymous aveva diffuso una lista di 70 siti internet pro Isis, inclusivi di compagnie di hosting coinvolte, e sopratutto 14mila profili Twitter appartenenti a membri dell’organizzazione, simpatizzanti e supporter. Subito dopo l’annuncio Anonymous aveva provveduto ha oscurare la maggior parte dei siti e dei profili segnalati.