Sorprende anche gli studiosi dell’Islam radicale la nuova fatwa pronunciata da alcuni predicatori dell’Isis di stanza a Mosul: agli abitanti della città è infatti proibito dare da mangiare e fare riprodurre i gatti, con pesanti conseguenze per chiunque violi la prescrizione.

Secondo quanto riferiscono fonti locali i combattenti dell’Isis avrebbero iniziato a passare di casa in casa per strappare gli animali domestici alle famiglie che li tenevano nascosti: non è stato rivelato quale sia la sorte dei gatti catturati, ma le ipotesi paiono essere molto circoscritte.

A rivelare i dettagli della fatwa promulgata da alcuni anziani predicatori è stato l’AhluBayt News Agency, un’agenzia di informazione iraniana: stando alle informazioni rilasciate il divieto di allevare gatti all’interno del Califfato sarebbe in piena linea con “la visione, l’ideologia e i dettami” dell’Islam come intenso nello Stato Islamico.

In precedenza erano già giunte notizie riguardo al divieto di allevare piccioni nei territori controllati dall’Isis, in quanto i genitali in piena vista degli uccelli mentre solcano i cieli sarebbero offensivi per i fedeli.

Il divieto relativo ai gatti sarebbe però in pieno contrasto con tutta una serie di video di propaganda pubblicati on line in cui venivano mostrati dei combattenti mentre nutrivano e giocavano con dei gatti.

Anche dal punto di vista dottrinale lo sterminio dei gatti viene descritto come incongruo, in quanto l’Islam li ha sempre considerati come animali puri e benedetti: nel Corano viene infatti descritta una scena in cui Maometto pur di non svegliare il proprio gatto, addormentato sulla propria veste da preghiera, ne avrebbe tagliato le maniche. In seguito avrebbe promesso all’animale un posto speciale in cielo.

Secondo alcuni commentatori l’improvviso divieto avrebbe come fine l’arginamento di un atteggiamento considerato troppo occidentale da parte dei predicatori più intransigenti.

Resta la battuta d’arresto dal punto di vista bellico per l’Isis, che dal gennaio del 2015 avrebbe perso circa un quarto dei propri territori in Iraq e Siria, come rilevato dall’istituto di studi Ihs Conflict Monitor, passando da circa 90.800 km quadrati agli 65.500 odierni.