La Libia ha chiesto aiuto all’Italia per sconfiggere l’ISIS. L’appello è arrivato dal primo ministro del governo di unità nazionale Fayez al-Sarraj in un’intervista concessa al Corriere della Sera:

L’Italia è tradizionalmente il nostro Paese amico, potete fare tanto. Sin dall’inizio il vostro esecutivo ha sostenuto il nostro governo di unità nazionale. All’Italia chiediamo qualsiasi aiuto possa darci. L’Isis è un nemico difficile, infido, pericoloso per il nostro Paese, ma anche per l’Italia, l’Europa e il mondo intero.

Il leader libico è consapevole che l’Italia essendo parte di un’alleanza internazionale guidata dagli USA debba sottostare alle decisioni dei vertici, ma chiede al nostro Governo di fare di più per aiutare i civili e i militari feriti nelle battaglie, fornendo altri ospedali da campo.

Il nostro Paese ha già risposto all’appello inviando visori notturni e giubbotti antiproiettili. Fayez al-Sarraj ha plaudito alla decisione dell’Italia di concedere agli USA la base di Sigonella per le missioni in Libia.

Fayez al-Sarraj ha poi avvisato le autorità italiane che il rischio di infiltrazioni di jihadisti sui barconi dei migranti è molto alto.

Forze speciali italiane impiegate nello sminamento in Libia

Le forze militari italiane sono già impegnate sul campo in azioni di supporto alle truppe libiche, stremate dagli scontri con i militanti dell’autoproclamato Stato Islamico. I soldati di Misurata stanno per lanciare un’offensiva decisiva nella roccaforte dell’Isis a Sirte e le forze speciali italiane stanno aiutando le truppe nello sminamento per limitare le perdite sul campo.

Dall’Italia non è arrivata nessuna conferma ufficiale della presenza di nostre forze sul campo in Libia, ma un comandante libico ha confermato che gli italiani sono già al fianco dei loro soldati:

Grazie, ci state aiutando! Sappiamo che sono arrivati i vostri soldati che ci addestrano a rimuovere le mine, con gli equipaggiamenti e le protezioni per gli uomini. Le forze speciali non vogliono vedere i giornalisti. Ci siete voi insieme a inglesi e americani, preferiscono lavorare in silenzio.