Non ci sarà un’azione militare contro le frange affiliate all’Isis in Libia: sarebbe questa la posizione prevalente tra i protagonisti del vertice Onu organizzato a New York per fare il punto sulla situazione e impostare una linea d’azione.

La riunione delle Nazioni Unite era stata caldeggiata sin dall’inizio della settimana dal presidente egiziano Al Sisi, che in risposta all’atroce massacro di 21 lavoratori copti rapiti in Libia dai jihadisti ha scatenato raid aerei che hanno interessato le giornate di lunedì e martedì.

Nonostante l’invio del ministro degli Esteri Sameh Shoukry e l’esortazione a non “lasciare incompiuto” il lavoro svolto nel 2011 per abbattere il regime di Gheddafi, parrebbe che gli sforzi bellici egiziani non troveranno collaborazione da parte dell’Occidente.

In merito alla soluzione del conflitto che oppone le milizie Ansar al-Sharia, la brigata di Misurata, e il governo di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale si propenderebbe dunque per la soluzione politica, che nello specifico significa accordare nuova fiducia e risorse all’operato dell’inviato Onu, Bernardino Leon, il quale finora non ha riportato risultati importanti.

Nel frattempo si continua a combattere in Libia. A Sirte gli uomini della brigata di Misurata, la fazione che si oppone al governo di Al Thani, hanno riconquistato alcuni edifici strategici caduti nelle mani di Ansar al-Sharia, il gruppo che nell’ultimo periodo ha abbandonato l’affiliazione ad al-Qaeda per avvicinarsi ideologicamente all’Isis.

Al momento non è solo l’Onu a essersi sganciato dall’ipotesi di un’azione militare in tempi brevi, ma anche da Washington, nonostante i messaggi di segno opposto inviati negli ultimi giorni, hanno fatto sapere che per ora è fuori discussione un’operazione bellica che si potrebbe concretizzare in un’occupazione del Paese e nel dispiegamento di un’ingente quantità di uomini.

La linea di condotta italiana sintetizzata dal ministro Gentiloni, definito dai jihadisti “ministro della crociata”, prevede l’ampliamento degli sforzi diplomatici per evitare il rischio che le forze dell’Isis e le tribù locali possano trovare accordi bellici, il che avrebbe ripercussioni negative anche per l’Italia stessa, interessata dalle onde migratorie che arrivano quasi giornalmente dalla Libia.

Dal canto suo Hamas ha ricordato come un intervento italiano e della comunità internazionale in Libia potrebbe essere percepito dal mondo arabo come un’ingerenza paragonabile a una nuova crociata. Non dello stesso avviso l’istituzione islamica Al-Azhar, che considera la guerra contro le fazioni affiliate all’Isis un jihad, una guerra santa, tanto più che questi gruppi tendono a fabbricare un’immagine distorta e atroce dell’Islam e dei musulmani.