Exit Poll smentiti. Benjamin Netanyahu si avvia a diventare per la quarta volta primo ministro dello Stato di Israele. Alle sei del mattino arrivano i dati definitivi che riassumono la vittoria dell’uomo forte in un dato: il Likud conquista 30 dei 120 seggi disponibili contro i 24 dei Sionisti uniti, ovvero i laburisti più i centristi di Tzipi Livni.

Dietro i due maggiori partiti si piazza la lista dei 4 partiti arabi storici con 14 seggi, i centristi di Yesh Atid (11 seggi) e Kulanu (10 seggi, il partito è nato da una costola moderata del Likud), i nazionalisti di Focolare ebraico (8 seggi); gli ultra-ortodossi sefarditi di Sha (7 seggi), gli askenaziti ultra-ortodossi di Torah Unita (6 seggi), il partito etnico russo di destra del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (6 seggi), la sinistra pacifista di Meretz (4 seggi).

Se si dà per scontato che i partiti di destra e quelli religiosi votino a favore di un governo targato Netanyahu, l’ago della bilancia diventa Kulanu, la nuova forza politica di centro creata da Moshe Khalon e a cui il premier israeliano ha già offerto il posto di ministro delle Finanze.

Il nuovo esecutivo dovrebbe essere ancora più a destra e nazional religioso di quello uscente, e quindi si può facilmente prevedere che non faccia alcun passo per avviare un negoziato di pace con i palestinesi, e cerchi anche di far fallire i negoziati tra Usa ed Iran sul nucleare. Si può anche ipotizzare che il nuovo governo provveda a discriminare i suoi cittadini arabi e quelli cristiani con l’obiettivo di imporre la natura ebraica dello stato, e riprenda ad allargare le colonie ebraiche nei territori palestinesi occupati.

In una parola farà tutto il possibile per esacerbare una situazione già incancrenita, dando ulteriore alimento al fondamentalismo islamico. Con una programma del genere è facile aspettarsi che l’isolamento internazionale di Israele sia totale. Non è un caso che gli unici a gioire per la vittoria del Likud siano i palestinesi di Hamas. Subito dopo l’annuncio dei risultati elettorali, il movimento fondamentalista ha invitato Abu Mazen, l’autorità di Ramallah, Al Fatah, l’Olp e tutti i palestinesi moderati ad abbandonare la linea della trattativa e a unirsi ad Hamas nella lotta armata contro Israele.