Fanalino di coda, o quasi: dietro l’Italia, per quanto riguarda gli investimenti fatti nell’ambito dell’istruzione, c’è solo la Grecia. Visti i titoli dei giornali di questi giorni riguardo alla difficile situazione in cui si trova il governo Tsipras e il popolo ellenico, difficilmente lo si può considerare un buon risultato.

Sono le considerazioni che emergono dallo studio “Government at a glance” dell’Ocse, che mette a confronto la spesa pubblica di 29 Paesi nell’annata 2013.
A saltare subito all’occhio è il debito pubblico della penisola italiana, in terza posizione in un podio negativo ideale dopo Giappone e Grecia. Il rapporto tra debito lordo e Pil è aumentato ancora, raggiungendo il 156% (nel 2007 era stimato al 110&).

Ma a colpire duro è l’investimento pubblico dell’Italia in fatto di istruzione: solo l’8% del budget pubblico, un risultato superiore al 7,6% della Grecia ma inferiore a tutti gli altri membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (la media stabilita è del 12,5%, praticamente un 50% in più). Dati deprimenti, che arrivano dopo quelli del Censis sull’alimentazione delle famiglie italiane.

Secondo le stime che vengono da Parigi l’Italia destina la maggior parte della sua spesa al welfare (41,3%), per poi dividere le rimanenti risorse in servizi pubblici generali (17,5%), sanità (14%), affari economici (8%), educazione (8%), ordine pubblico e difesa ( in tutto il 6%).

L’investimento nell’istruzione si è ridotto di circa 1,6 punti percentuali nel periodo che va dal 2007 al 2013, quello della crisi: una tendenza particolarmente negativa, se rapportata alla media Ocse, che ha fatto segnare un segno sì negativo, ma “solo” dello 0,8%.

Tante le considerazioni che possono essere tratte da questi dati, come per esempio la spesa “eccessiva” nel welfare (circa 10 punti percentuali in più rispetto alla media Ocse), ma anche l’importanza relativa delle cifre investite rispetto ai risultati: nonostante i tagli sembra che le prestazioni degli studenti italiani stiano migliorando, pur rimanendo ben al di sotto della media degli altri Paesi dell’Ocse.

Più che aumentare le risorse dunque, sembra suggerire il rapporto, l’Italia dovrebbe distribuirle in maniera più efficace: lo studio ha concluso che oltre una certa soglia – stimata intorno ai 20mila dollari all’anno a persona – i progressi educativi diventano ininfluenti.