Purtroppo da parecchio tempo l’Istat non riesce più a darci notizie positive. D’altronde non si può attribuire la responsabilità all’istituto nazionale di statistica se l’Italia è un Paese sempre più vecchio e, per la prima volta in maniera consistente da quasi un secolo, sempre più spopolato.

Non solo il saldo naturale, la differenza fra nati e morti, è negativo per decine di migliaia di unità. Ma anche quello dei residenti, che si ottiene sommando i flussi in entrata (nascite e immigrazione) e sottraendo quelli in uscita (decessi ed emigrazione), è negativo: mancano all’appello 130mila persone.

È una flessione che tocca solo gli italiani: si contano infatti 141.777 residenti in meno contro 11.716 stranieri in più. Appunto, 130mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Nulla hanno potuto i bonus bebè voluti dal governo sulle nascite, scese sotto il mezzo milione a quota 485.780.

Il fatto è che mettere al mondo un figlio sta diventando un problema. Esattamente ciò che non dovrebbe mai accadere. Anzitutto per questioni etiche e morali – non c’è neanche bisogno di scriverlo – ma anche, banalmente, per una faccenda di equilibrio macroeconomico. Possiamo discutere di tutte le leggi di stabilità, di ogni provvedimento di sostegno, degli incentivi all’economia, di tutti auspici sulla crescita del Pil che vogliamo ma se la quota di under 15 è del 13,7% e quella di over 65 del 22% si va poco lontano.

Curioso, fra l’altro, che non riusciamo a produrre una seconda generazione di immigrati e anche la prima fa ancora fatica a radicarsi. Mi spiego: secondo il bilancio demografico Istat rallenta l’immigrazione dall’estero (280mila gli iscritti all’anagrafe, stranieri nel 90% dei casi) e accelera l’emigrazione dall’Italia. Oltre 147mila persone hanno lasciato il Paese lo scorso anno, più di 100mila di cittadinanza italiana. Fra questi 100mila è sempre più rilevante la quota dei nati all’estero. Sono stati 25mila. Si tratta in buona parte di cittadini stranieri che sono stati per un periodo in Italia, hanno acquisito la cittadinanza ma sempre più stanno decidendo di tornare nel Paese d’origine. Insomma, neanche loro se la sentono di scommettere sull’Italia. Per cui anche una notizia positiva come la crescita delle cittadinanze italiane, nel 2015 178mila, non è necessariamente positiva se poi non si riesce a esprimere un minimo di magnetismo.

Così, insomma, non può funzionare. Non solo i conti non tornano ma si pena anche a intravedere un disegno di futuro. E non è, ben inteso, un problema di “italianità”. Sono un europeista convinto e onestamente se riuscissi ad attrarre un inglese o un tedesco per ogni ragazzo (anzi, ragazza, sono le donne a partire di più) italiano che decolla, non sarei troppo preoccupato. Anzi, per certi versi ne sarei felice. Il punto è che questo non accade, o accade solo in minima parte. La nostra è tornata pericolosamente a essere un’emigrazione di necessità, di speranza, di avvenire, di soldi. E spesso, non arrabbiatevi ma va detto, di una certa esterofilia modaiola, a tratti non senza fondamento, per cui lavare i piatti a Londra sembra più figo che lavarli a Bari. Ma questo è un altro discorso.

Come se ne esce? Epico intervenire su una struttura della società storicamente di questo genere. Ma per come la vedo, al netto degli incentivi ai neonati, alla base di tutto c’è senza dubbio l’occupazione. Senza un mercato del lavoro dignitoso è impossibile aspettarsi che i venti-trentenni si rimettano a fare figli. E soprattutto che li facciano prima di rischiare di diventare zii e zie, invece che padri e madri. C’è tuttavia un altro elemento-chiave che viene troppo spesso sottovalutato: ed è l’idea di comunità. In altre parole: ce ne frega ancora qualcosa di questa Italia?

Il sentimento comunitario, l’idea di condividere un destino comune – troppa grazia, non riusciamo più a condividere neanche quello intimo, con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, uno dei livelli più bassi fra i Paesi dell’Ue a 28 – o almeno la voglia di mettere il naso fuori di casa per seminare nel Paese qualcosa di migliore. E di farlo insieme. Tutto questo sembra scolorirsi di anno in anno a vantaggio di un europeismo obbligato e non di scelta.