I quattro italiani rapiti in Libia potrebbero essere finiti nelle mani dei trafficanti di esseri umani. L’ipotesi al vaglio dell’intelligence italiana è tutt’altro da escludere. Negli ultimi mesi, infatti, le organizzazioni criminali a capo della tratta dei migranti sono state prese di mira dalle autorità locali e dalle task force internazionali. Con le barche distrutte e la stretta sulle nuove partenze, i trafficanti di esseri umani potrebbero avere l’esigenza di fare cassa con i rapimenti.

I trafficanti, si pensa al gruppo di Zuara, potrebbero aver nascosto Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla in una delle tante case fatiscenti abbandonate in territorio libico, dove solitamente vengono segregati, anche per settimane, i migranti in attesa di imbarcarsi per l’Italia.

Il timore delle autorità italiane è che il clamore sollevato dal rapimento dei 4 italiani faccia lievitare il prezzo del riscatto e causi il passaggio dei dipendenti della Bonatti nelle mani di gruppi più pericolosi, come i fondamentalisti islamici.

Le autorità italiane hanno rassicurato i familiari e l’opinione pubblica sugli sforzi messi in campo per arrivare presto al rilascio dei quattro italiani rapiti in Libia. L’intelligence ha attivato i canali già utilizzati in passato per liberare altri ostaggi italiani.

Ambasciatore libico invita a cautela sul caso dei quattro italiani rapiti in Libia

L’ambasciatore libico in Italia Ahmed Safar nelle scorse ore ha invitato alla massima cautela nella gestione del caso dei quattro italiani rapiti in Libia:

Qualsiasi notizia, affermazione e simili che manchino di credibilità non farà altro che infiammare la situazione in quanto rappresenta un tentativo a buon mercato di ottenere vantaggi politici a spese di vite umane.

Safar ha invitato i Governi occidentali a revocare l’embargo sulle armi all’esercito libico, in modo che i militari possano combattere i gruppi terroristici che stanno seminando il panico nel Paese, mettendo a repentaglio la sicurezza dei tanti operai che lavorano alle dipendenze delle aziende italiane attive in Libia.