Si complica la vicenda degli italiani rapiti in Libia insieme a un cittadino canadese. Come già riferito nella giornata di ieri dal sindaco di Ghat Komani Mohamed Saleh, i tre sarebbero nelle mani di criminali comuni, probabilmente banditi di etnia tuareg.

Tuttavia non si spiega come mai Bruno Cacace, di 56 anni, e Danilo Calonego, di 66, e il loro collega canadese non fossero protetti da una scorta durante lo spostamento in una zona considerata non a rischio, ma comunque mediamente pericolosa.

È stato ormai stabilito che nella mattinata di lunedì i tre stavano attraversando il deserto tra Ubari e Ghat a bordo di un auto con un autista, ma priva di una scorta armata. Il veicolo è stato bloccato da uomini armati a bordo di un auto, che dopo aver legato l’autista hanno rapito i tecnici della ditta Con.I.Cos.

Inoltre la presenza del terzetto non sarebbe stata segnalata alla Farnesina, la quale tramite il capo dell’Unità di crisi Claudio Taffuri, ha fatto sapere che la procedura usuale in questi casi è quella di adottare delle misure di sicurezza: “Quando una società italiana opera in Libia la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi è un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi sicurezza”.

Nel frattempo la Procura di Roma ha fatto sapere che potrebbe essere chiesto un interrogatorio con l’autista libico, al fine di rilevare ulteriori dettagli sull’operazione di rapimento, che inizialmente pareva configurarsi come un sequestro-lampo con pagamento di riscatto immediato, ma che si è poi trasformata in altro, visto che ancora non sono giunte richieste da parte dei criminali.

Il sindaco Saleh, che ha rifiutato l’aiuto di Tripoli cui comunque è fedele, e dell’esercito di Haftar, nel frattempo sta coordinando una serie di squadre di volontari armati impegnate in una caccia al covo in cui si troverebbero gli ostaggi. I vari posti di blocco istituiti nella zona derivano infatti dalla convinzione che i rapitori non abbiano lasciato l’area di Ghat.

I controlli servono poi anche a scongiurare l’eventualità che gli ostaggi vengano venduti o scambiati con gruppi jihadisti locali, tra cui milizie appartenenti all’Isis o ad al-Qaeda.